Il vangelo di questa prima domenica dell’anno sociale – seconda del tempo di Natale (secondo il calendario liturgico) – ci propone il cosiddetto “Prologo di Giovanni”.
Si tratta, infatti, dell’incipit del vangelo di Giovanni.
Il quarto evangelista non inizia il suo testo in prosa, ma in poesia, tanto che questo brano viene chiamato anche “Prologo poetico”.
Esso è una sorta di condensazione del mistero dell’incarnazione che vuole – prima di raccontare l’esperienza storica di Gesù – collocarla in un più ampio orizzonte di senso teologico.
Solo alla fine, infatti, si fa esplicito riferimento a “Gesù Cristo” («La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo»), mentre chi appare per primo sulla scena e ne rimane al centro è il “Verbo”.
Il termine “verbo”, dal latino “verbum”, significa “parola”; non, però, nel senso debole di “flatus vocis”, ma in quello forte di azione linguistica che plasma la realtà.
Traduce il greco “logos” (che significa parola, discorso, ma anche ragione, razionalità) che a sua volta richiama l’ebraico “dabar” (parola creatrice).
Il Verbo, dunque, è la parola capace di trasformare, dare origine, incidere sulla realtà.
Il messaggio centrale del prologo di Giovanni è che questo Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.
Per comprendere a fondo questo annuncio è tuttavia necessario fare un passo indietro e vedere cosa/chi è questo Verbo che si è fatto carne, cosa Giovanni ci dice di lui.
Innanzitutto, l’evangelista esordisce con: «In principio era il Verbo».
La locuzione “in principio” è molto forte, perché rimanda alle prime parole della Genesi (e quindi alle prime parole di tutta la Bibbia): «In principio Dio creò il cielo e la terra».
Il Verbo di cui Giovanni ci parla è, dunque, “in principio”, cioè presente prima dell’origine di tutte le cose, proprio come Dio.
Anzi, prosegue in vangelo, «il Verbo era presso Dio» e – addirittura – «il Verbo era Dio», tanto che «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste».
Potremmo, dunque, dire che il Verbo che si è fatto carne è la Parola stessa di Dio, la sua azione creatrice, la fonte della vita («in lui era la vita»).
Tanto che il senso del suo farsi carne è rivelare chi è Dio: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato».
In questa frase è contenuta l’identificazione tra il Verbo e il Figlio, che si è fatto carne in Gesù Cristo («la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato»).
Dopo l’annuncio «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», la frase finale – a mio parere – è l’altra frase fondamentale del prologo giovanneo.
Per sintetizzare, il prologo ci sta dicendo che la Parola di Dio, il Figlio di Dio, si è fatto carne in Gesù Cristo con lo scopo – come dice il suo stesso nome “Verbo” – di parlare di Dio: rivelarlo.
Nel farsi carne in Gesù (che significa “Dio salva”), il Verbo ha già un primo senso rivelatore: ciò che ha da dire su Dio è una parola di salvezza (è un lieto annuncio, è un vangelo).
Ciò trapela anche da altri passaggi del prologo; per esempio: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» e «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia».
Così si presenta Dio sulla scena della storia in Gesù: proponendosi (rivelandosi) come luce, grazia, vita…
«Eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto».
Questo proporsi di Dio subisce – inaspettatamente – un rifiuto.
Perché?
Perché si rifiutano luce, grazia e vita e si preferiscono tenebre, logica del merito e morte?
Questa è una bella domanda con cui ricominciare l’anno sociale…