Il vangelo di questa terza domenica di avvento ripropone la figura di Giovanni Battista.
Il testo è tratto dal capitolo 11 di Matteo e si colloca nel momento in cui avviene una sorta di “passaggio del testimone” tra Giovanni e Gesù.
Il primo è in carcere, dove poi verrà ucciso dal re Erode Antipa, mentre Gesù ha ormai iniziato la sua missione.
Quest’ultima, però, suscita delle riserve nel Battista stesso: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».
La risposta di Gesù è una sorta di manifesto di quello che lui intende per Regno di Dio: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo».
È un mondo dove il male retrocede di fronte al bene: la vita vince la morte.
A questo annuncio seguono le parole che Gesù rivolge alle folle circa Giovanni Battista e che si concludono con il celebre passo: «In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
Esse indicano una sorta di cesura tra un prima e un poi: i nati da donna, da un lato, i membri del regno dei cieli, dall’altro; i tentativi religiosi precedenti a Gesù e l’irrompere della sua novità.
La domanda che oggi ci deve interpellare è, tuttavia, il senso di questo brano nel tempo liturgico che stiamo vivendo: cosa può dire a noi – in avvento – questo testo?
A mio parere ciò che può aiutarci in questo tempo di attesa e preparazione al Natale è l’interrogativo circa colui di cui celebreremo la memoria della nascita: chi è il Gesù che aspettiamo?
Il rischio, infatti, è quello di proiettare le nostre attese verso qualcuno di diverso da ciò che egli è.
Molto spesso la religiosità cristiana assomiglia pericolosamente alla religiosità del prima, alla religiosità del Battista, a quella dell’Antico Testamento, a quella degli scribi e dei farisei.
Ancora oggi la vita religiosa di molti cristiani e cristiane (anche la nostra?) è alimentata dalla paura di Dio, delle sue punizioni, dei suoi malumori, e di conseguenza si nutre di riti e sacrifici.
Ma questo non ha niente a che fare con la novità portata da Gesù e dal suo regno.
Anzi, questo modo di relazionarsi a Dio è stato l’oggetto della battaglia di tutta la vita di Gesù.
Allora, forse, prepararci al Natale, al mistero dell’incarnazione del Verbo che si fa carne, e – più radicalmente – che si fa carne di neonato, vuol dire scandagliare il nostro cuore alla ricerca di quelle zone non ancora evangelizzate dalla sua Parola, quelle zone in cui ancora nascondiamo un’immagine di Dio paurosa, punitiva, vendicativa, per illuminarle e lasciarle trasformare dalla buona notizia che Dio è con noi, non contro di noi, vuole la vita e non la morte, opera il bene e non il male per ciascuno/a di noi.