IV Domenica di Quaresima (commento)

Questa settimana, come la scorsa, il vangelo è tratto da Giovanni.

Questo evangelista organizza il materiale che ha a disposizione in maniera diversa rispetto ai sinottici e, in particolare, fa “andare” Gesù a Gerusalemme per cinque volte, in occasione delle festività ebraiche.

La prima volta è in occasione della Pasqua ebraica, così come l’ultima (che gli sarà fatale).

In mezzo ci sono altre tre salite a Gerusalemme, una delle quali (quella centrale) include anche l’episodio del cieco nato.

Questa terza permanenza di Gesù a Gerusalemme era cominciata al capitolo 7 che – insieme all’ottavo – contiene molte discussioni circa l’identità di Gesù, ad esempio quella di Gv 7,11-13: «I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: “Dov’è quel tale?”. E la folla, sottovoce, faceva un gran parlare di lui. Alcuni infatti dicevano: “È buono!”. Altri invece dicevano: “No, inganna la gente!”. Nessuno però parlava di lui in pubblico, per paura dei Giudei» (cfr. anche Gv 7,25-27; Gv 7,31; Gv 7,40-43).

Sono dibattiti in cui è coinvolto Gesù stesso e che si inaspriscono notevolmente: l’ultimo versetto del capitolo 8, quello precedente all’avvio dell’episodio del cieco nato, suona, infatti, così: «Raccolsero pietre per scagliarle contro di lui, ma Gesù si nascose e uscì dal tempio» [Gv 8,59], «Passando vide un uomo cieco dalla nascita» [Gv 9,1].

Questo incontro diventa l’occasione per un interrogativo posto dai suoi discepoli: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».

Questa domanda è generata dalla precomprensione per cui le malattie fossero originate dal peccato. E quindi inflitte da Dio come una punizione.

La risposta di Gesù smonta questa precomprensione: «Né lui ha peccato né i suoi genitori». La situazione del cieco nato diventa, piuttosto, per Gesù l’occasione «perché in lui siano manifestate le opere di Dio».

Questa è una grande svolta culturale: la malattia non è qualcosa che viene da Dio. Dio non è colui che infligge il male, ma colui che libera dal male.

«Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe”, che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva».

Vi ricordo che nel vangelo di Giovanni non si parla di “miracoli” ma di “segni”: essi hanno la funzione di mostrare chi è Gesù e, in lui, chi è Dio.

Una volta guarito, l’ex cieco suscita un dibattito sulla sua identità (è davvero quello che era cieco?) e – successivamente – interpellato direttamente, deve rendere ragione di ciò che gli è avvenuto: «Gli domandarono: “In che modo ti sono stati aperti gli occhi?”. Egli rispose: “L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, …».

Per l’ex cieco però la vicenda non è finita. Viene infatti portato dai farisei che riprendono l’interrogatorio. Egli ribadisce quanto aveva già affermato e la questione si sposta di nuovo sull’identità di Gesù: «“Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Altri invece dicevano: “Come può un peccatore compiere segni di questo genere?”. E c’era dissenso tra loro».

Ci si rivolge, dunque, di nuovo all’ex cieco: «“Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”. Egli rispose: “È un profeta!”».

L’ex cieco è passato da “un uomo che si chiama Gesù” a “profeta”.

A questo punto l’interrogatorio si allarga e vengono convocati i genitori, i quali confermano che il loro figlio era nato cieco, ma – per paura dei Giudei – rimandano a lui per ogni ulteriore spiegazione circa la guarigione.

L’ex cieco viene di nuovo convocato e – forse anche un po’ stufo – si fa più ardimentoso: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».

Alla domanda di ri-raccontare il tutto, risponde: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?».

La risposta denota un certo sarcasmo e, infatti, la reazione è dura: «Lo insultarono”».

L’ex cieco però ora risponde con il ragionamento più lungo di tutto l’episodio (che è quello che è invitato a fare anche il lettore) – cfr. vv. 30-33 – e che lo porta a passare da “un uomo di nome Gesù” e poi “profeta” a “Costui viene da Dio e fa la sua volontà”.

L’esito tuttavia è tragico: all’ex cieco viene risbattuto in faccia il pregiudizio secondo cui la sua malattia derivava dal peccato e viene scomunicato.

A questo punto rientra in scena Gesù per il compimento finale di questo episodio di rivelazione: l’ex cieco arriva a pronunciare le parole «Io credo, Signore» alla richiesta di Gesù circa la sua fede nel Figlio dell’uomo.

L’episodio, quindi, costruito sulla semantica della cecità-visione, luce/tenebre, punta a mostrare che Gesù è venuto per aprire gli occhi circa l’identità di Dio. È il suo “testimone”. Tutto il dibattito sulla sua identità vuole portarci a rispondere alla domanda: è un testimone affidabile?

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