Trinità (commento)

Con la festa di Pentecoste della settimana scorsa, si è chiuso il tempo di Pasqua, cioè quel periodo liturgico che segue la memoria della Risurrezione di Gesù e ne approfondisce il senso.

È iniziato, dunque, il secondo periodo del tempo ordinario (il primo era andato dalla fine del tempo di Natale all’inizio della Quaresima); esso ci accompagnerà fino alla fine di questo anno liturgico, cioè fino al prossimo avvento.

Abbiamo davanti, quindi, diversi mesi per approfondire la cosiddetta “vita pubblica” di Gesù.

Tuttavia, il ricominciamento del tempo ordinario – come da tradizione – porta con sé una serie di feste – come quella odierna della Trinità – che impongono un rinvio nella ripresa della lettura del vangelo guida di questo anno liturgico (Matteo).

Il testo scelto per la festa della Trinità in questo anno A è, infatti, tratto da Giovanni e consta di una breve sezione del discorso tra Gesù e Nicodemo (Gv 3,1-21).

Credo che possa essere interessante cogliere l’occasione per farne un piccolo approfondimento.

Come scrive R. Vignolo ne I personaggi del Quarto Vangelo, «il dialogo con Nicodemo presenta una divisione chiara e una composizione accurata:

2,23-3,2: una fede entusiasta, ma mal fondata;

3,3-9: rinascere per entrare nel regno di Dio;

3,10-18: la rivelazione del Figlio dell’uomo e la missione del Figlio;

3,19-21: fede, incredulità e giudizio».

La sezione in cui si colloca il passo del vangelo odierno è la terza e consiste in un «monologo conclusivo (discorso di rivelazione) di Gesù […]», nel quale – come scrive G. Gaeta in Il dialogo con Nicodemo, citato da Vignolo stesso – «Gesù rinuncia a ‘farsi capire’ per affermare direttamente, senza più possibilità di replica; e il silenzio di Nicodemo, a sua volta, non testimonia solamente che egli non ha più nulla da dire, ma soprattutto che non è più possibile dire nulla, occorre semplicemente credere o non credere».

Il silenzio di Nicodemo lascia spazio alla scelta del lettore e della lettrice.

Ma in cosa consiste questo discorso di rivelazione di Gesù rispetto al quale dobbiamo pronunciarci?

I versetti 13-15 (che non fanno parte del brano odierno, ma lo precedono immediatamente) recitano: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

È la prima volta nel vangelo di Giovanni che compare il tema del Figlio dell’uomo che scende dal cielo e viene esaltato e del quale viene esplicitata la missione (proprio nella pericope che compone il vangelo proposto domenica a messa, Gv 3,16-18).

Anche qui per la prima volta emergono argomenti nuovi di prima grandezza: la promessa della vita eterna, l’amore di Dio per il mondo, la missione di salvezza e non di condanna.

Siamo, dunque, di fronte a un testo che mette a tema la fede nella vera identità di Gesù rivelatore e salvatore.

Lo spaesamento che forse ci coglie di fronte a questo prima grande proclamazione kerygmatica di Giovanni è il medesimo di Nicodemo. Egli tuttavia non conclude la sua parabola nel silenzio, ritornando nell’ombra: ricomparirà, infatti, altre due volte nel vangelo di Giovanni (in 7,50-51 e in 19,38-42) a testimonianza di un percorso di maturazione che lo renderà capace di decidersi per Gesù.

In Gv 7,50-51 interverrà pubblicamente in sua difesa («La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?») e in Gv 19,38-42 andrà a recuperarne il cadavere, compromettendosi definitivamente.

Se anche noi ci sentiamo un po’ spaesati/e di fronte alla rivelazione dell’identità di Gesù e della sua missione, così come di fronte a verità complesse come quella della trinità, possiamo metterci sulle orme di Nicodemo e intraprendere un cammino di maturazione della fede per arrivare a decidere di noi stessi/e.

Leggi anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *