Il brano di vangelo di questa quinta domenica di quaresima ci parla di Lazzaro e delle sue sorelle Marta e Maria.
L’evento eclatante di Lazzaro riportato in vita dopo quattro giorni che era morto è molto noto, tanto da essere diventato quasi proverbiale.
Ciò che, invece, è forse meno indagato è lo sviluppo narrativo del testo e il suo senso rivelativo.
Come i testi delle settimane scorse (la samaritana e il cieco nato), anche questo è un brano il cui senso principale è quello di far scoprire chi è Gesù.
Il metodo è quello tipico dell’evangelista Giovanni, che istituisce una sorta di spirale che – pur girando intorno alle stesse questioni – va via via sempre più in profondità.
Partiamo dall’inizio: il racconto colloca la scena a Betania, un villaggio vicino a Gerusalemme, dove vi sono Lazzaro – di cui ci viene detto che era malato – e le sue sorelle Marta e Maria (di cui aveva già parlato l’evangelista Luca 10,38-42).
Segue una precisazione su Maria («era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli», episodio di cui in realtà il vangelo di Giovanni non ha ancora parlato, lo farà in Gv 12,1-11). Viene dunque ribadito che Lazzaro era malato.
Da qui la decisione di informare Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
Noi lettori scopriamo quindi che Gesù non è a Betania e che – reso edotto della situazione – invece che accorrere dall’amico «rimase per due giorni nel luogo dove si trovava».
Sono tuttavia interessanti le parole che Gesù pronuncia quando viene a sapere che Lazzaro è malato («Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato»), che richiamano quanto egli stesso aveva affermato di fronte al cieco nato («Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio»).
La malattia e la morte sono dunque guardate da Gesù come occasioni per la manifestazione/glorificazione dell’identità di Dio e del Figlio: sono momenti rivelativi di Colui che di fronte la male agisce come liberatore.
Anche lo scambio con i discepoli è interessante, con la classica tecnica giovannea del fraintendimento (sonno/morte; risveglio/risurrezione) e l’annotazione circa il pericolo di recarsi in Giudea («Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?»).
Gesù tuttavia rompe gli indugi non per incoscienza, ma perché agire secondo giustizia (nella luce) – cioè stare con chi è nel dolore – è la cosa giusta, anche se implica pagare di persona.
Lo scopo del suo andare è quello di svegliare Lazzaro. E sull’ambiguità del termine (sonno/morte) si giocherà l’intento rivelativo del brano, che ci farà passare dal termine “risveglio” a quello di “resurrezione”, tant’è che a Marta – la prima delle sorelle che gli andrà incontro – dirà: «Tuo fratello risorgerà».
Di nuovo però l’evangelista ricorre alla tecnica del fraintendimento («Gli rispose Marta: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”») funzionale a una delle più alte autorivelazione di Gesù nel vangelo: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».
Come anticipato i temi sono ricorrenti, ma via via la spirale va sempre più in profondità: dall’insistenza continua sulla malattia di Lazzaro, all’esplicitazione della sua morte; dalla speranza nel risveglio alla promessa nella risurrezione.
Ripetitive sono anche le frasi delle sorelle: entrambe si rivolgono a Gesù dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».
Sembra l’invocazione di ciascuno di noi quando muore qualcuno o qualcuna che ci è cara/o. Una sorta di lamento soffocato che sale dalla terra verso Dio, quasi a chiedere conto della sua promessa di vita.
Tanto che gli umani in scena (simboli di tutti gli umani sulla scena del mondo) portano Gesù a vedere la conclusione muta del loro percorso: «Signore, vieni a vedere [la tomba]!».
Questa locuzione richiama quella di Gv 1,39, quando due discepoli di Giovanni Battista avevano seguito Gesù e alla sua domanda «Che cercate», avevano risposto «“Maestro dove abiti?” […] “Venite e vedrete”».
Noi portiamo Gesù a vedere la nostra morte, lui ci conduce a vedere la sua dimora, la vita, l’amore («Guarda come lo amava!»), la liberazione («Liberàtelo e lasciàtelo andare»).
L’episodio di Lazzaro non è dunque decisivo per la grandiosità del segno (Lazzaro morirà di nuovo: («I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù», Gv 12,10-11), ma per quanto viene disvelato circa Gesù: egli credeva fortemente nella risurrezione e non solo nella sua, ma in quella delle persone amate.
A chi mi chiede se credo nella risurrezione, rispondo: Gesù ci credeva e a me Gesù pare affidabile.