XII Domenica del tempo ordinario (commento)

Il vangelo di questa domenica fa parte del “Discorso apostolico” (o missionario) di cui abbiamo letto l’incipit la settimana scorsa.

Nel mezzo stanno alcune parole di Gesù che aiutano a capire l’invito odierno a “non avere paura degli uomini”.

Infatti, nei versetti precedenti, era stata messa in luce la situazione in cui i dodici avrebbero potuto trovarsi: «Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi»; «Vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe, e sarete condotti davanti ai governatori»; «Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti».

La prospettiva, dunque, è piuttosto preoccupante e molto comprensibile la paura conseguente.

Ma – appunto – l’appello di Gesù è: «Non abbiate paura degli uomini».

Questo invito è motivato dal fatto che «nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto».

Si tratta di una frase piuttosto enigmatica, ma dietro alla quale si potrebbe leggere la convinzione di Gesù rispetto al fatto che la storia rivelerà l’ingiustizia di quella persecuzione: proprio come avverrà per la sua.

Inoltre, come in altri passaggi evangelici, anche qui viene messo in luce come vi sia qualcosa di più importante della mera sopravvivenza: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima».

C’è una dimensione dell’umano che merita di essere preservata più della vita fisica (che pure non è per niente svalutata: «Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!»).

L’interrogativo per noi oggi è con che cosa identifichiamo quella dimensione.

Cioè, per cosa, o forse, per chi saremmo disposti a mettere a repentaglio addirittura la nostra vita?

Ai dodici è chiesto di farlo per l’annuncio del vangelo.

Dal mio punto di vista, oggi, chiedere a noi stessi/e se siamo disposti/e a rischiare la nostra vita per l’annuncio del vangelo è problematico.

Non per la richiesta in sé, ma perché dietro all’espressione “annuncio del vangelo” sta immediatamente il pericolo del fraintendimento.

Noi veniamo dopo le crociate, la conquista delle Americhe, le conversioni forzate…

Ma anche dopo che – almeno qui da noi – si è confuso l’annuncio del vangelo con l’imposizione dei valori morali della cristianità, usandoli spesso come clave contro chi – semplicemente – la pensava e faceva diversamente (tradendo così il vangelo stesso).

Non vorrei, quindi, che ancora oggi, interrogarci circa la nostra disponibilità a dare la vita per l’annuncio del vangelo finisse per slittare nel domandarci se siamo pronti/e a mettere l’elmetto in testa e il coltello tra i denti contro qualcuno/a, pronti/e a stigmatizzare gli altri, le altre, a far la guerra o a ostracizzare.

Serve, dunque, un passo previo: mettersi bene in testa che l’annuncio del vangelo è l’annuncio di una buona notizia.

Dovremmo chiederci pertanto se siamo disposti/e a portare la buona notizia che siamo tutti/e amati/e e che, per questo, possiamo inserirci in una scia contagiosa di amore che ci fa figli/figlie della stessa umanità, fragile, ferita, bisognosa.

Dovremmo chiederci se siamo disposti/e ad aprire le nostre case (e non solo i nostri portafogli), i nostri cuori (per farci stare anche quelli/e che non ci viene immediato considerare “nostri/e”), i nostri orizzonti, i nostri schemi mentali, le nostre braccia…

In questa prospettiva, credo, potrebbero trovare un senso diverso anche le persecuzioni in cui potremmo imbatterci, la loro intrinseca ingiustizia e, in fin dei conti, anche l’invito a non avere paura.

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