In questa tredicesima domenica del tempo ordinario, il vangelo ci propone l’ultima parte del discorso apostolico (o missionario) che ci ha accompagnato in queste settimane.
Nella prima sezione sono elencate una serie di implicazioni che la scelta di essere discepoli e discepole porta con sé.
Nella seconda, invece, viene assunta la prospettiva di chi riceve l’annuncio del Regno.
Vediamole distintamente.
Innanzitutto, si dice che «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me».
Questa prima affermazione è molto forte perché invita a posporre i legami di sangue più stretti (quelli tra genitori e prole, e viceversa) alla relazione col Signore.
Cerchiamo di comprenderne il significato: il contesto è quello delle prime comunità cristiane, in cui spesso chi faceva la scelta di diventare cristiano/a veniva considerato eretico/a e, quindi, escluso/a dal clan di appartenenza.
La sollecitazione di Gesù non è, quindi, quella di abbandonare i propri genitori o la propria prole, di non prendersi cura di loro, ma di uscire dalle logiche familistiche che imprigionano la libertà (di fede), giustificando la propria immobilità con i doveri familiari, l’onore, il non dare un dispiacere.
È come se Gesù invitasse ciascuno/a ad assumersi la responsabilità di se stesso, se stessa, di fronte all’annuncio del Regno, tirandosi fuori (come è inevitabile che faccia chiunque voglia diventare adulto/a) non dalle relazioni affettive primarie, ma dai legacci che queste relazioni (anche quelle più sane) tessono: ricatti affettivi, colpevolizzazioni reciproche, dinamiche patriarcali, obblighi tradizionali e via dicendo.
Inoltre Gesù sostiene che «chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me».
Anche in questo caso è necessario prestare attenzione, perché nel nostro gergo comune la “croce” è qualsiasi disgrazia ci possa capitare (un lutto, una malattia, un fallimento, ecc…).
Nel vangelo, tuttavia, la “croce” ha un significato preciso e un rimando chiaro alla morte di Gesù: Egli sta, dunque, dicendo che chi vuol essere suo discepolo, sua discepola, non può pensare di esserlo solo fintantoché le cose andranno bene.
Provare a incarnare la logica del Regno implica sempre lo scontro con l’incomprensione, il rifiuto, la persecuzione. Chi vuole seguire il Signore deve saperlo e accettare questa croce (ognuno/a la sua). D’altra parte chi prova a vivere da dis-armato/a (e l’amore, se è amore, è sempre disarmato) sa di essere vulnerabile.
Infine, «chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà»: questa convinzione è uno dei centri nevralgici della predicazione di Gesù. Vivere seguendo il suo vangelo significa essere disposti/e a mettere a repentaglio la propria vita (sia in senso letterale sia in senso figurato), sapendo che è un “perdere per ritrovare” come spesso si sperimenta quando si prova a uscire dalla logica del mero interesse personale, del proprio tornaconto, del mors tua vita mea.
La seconda parte del brano odierno, come anticipato, muta la prospettiva e si rivolge ai destinatari e alle destinatarie dell’annuncio del vangelo e di quelle persone che quell’annuncio provano a diffondere.
A loro (che poi siamo sempre noi: annunciatori / annunciatrici e destinatari / destinatarie del vangelo) è detto che la dinamica giusta è quella dell’accoglienza («Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa»), ma non solo: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».
L’accoglienza di chi prova a contagiarci con l’annuncio del vangelo, porta con sé l’accoglienza di Gesù e – in Lui – di Dio stesso.
Mi pare, dunque, importante, da un lato, in quanto destinatari / destinatarie dell’annuncio evangelico imparare a riconoscere gli annunciatori e le annunciatrici del vangelo, perché portano con loro la parola del Signore, il volto di Dio; dall’altro, in quanto annunciatori e annunciatrici del vangelo è importante rimanere fedeli a quella parola, a quel volto, perché è quello ciò che va portato, non noi stessi, noi stesse.