Il brano di vangelo di questa domenica è tratto dal capitolo 10 di Luca (come quello della settimana scorsa) e ci presenta una parabola molto nota, l’unica – insieme a quella del figliol prodigo – che si ricordano anche le persone che da molto tempo hanno preso le distanze dall’esperienza cristiana.
Per chi invece è più di casa nell’ambito ecclesiale, la parabola del buon samaritano, pur essendo un pilastro della fede, rischia di perdere la sua potenza per le numerose volte che la si è avuta tra le mani.
Vi propongo, allora, un esercizio che potrebbe aiutare i primi a non derubricarla a storiella edificante dei cristiani e i secondi a non farsela scivolare via come qualcosa che ormai non ha più nulla da dirci.
L’esercizio consiste in questo: innanzitutto chiedersi qual è l’identificazione immediata che ci viene da fare con noi stessi. Cioè, rispondere alla domanda: ad una prima (magari distratta) lettura, con quale dei personaggi della parabola mi sono identificato/a?
Non vi nascondo che – per quanto mi riguarda – l’identificazione immediata è stata con il buon samaritano.
Forse un po’ perché ci hanno insegnato fin da piccoli/e che quello era il personaggio da imitare o forse perché sono un po’ megalomane.
Comunque, una volta attuata la prima identificazione, si passa alla seconda parte dell’esercizio: provare a cambiarla.
Per esempio, se – come nel mio caso – vi siete identificati/e con il buon samaritano, bisognerebbe tentare di rileggere la parabola mettendosi nei panni del malcapitato che «scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto».
Identificarsi con lui vuol dire anche immaginare cosa avrà provato e cosa avrà pensato di tutti gli altri personaggi in scena (i briganti, il sacerdote, il levita, il samaritano, l’albergatore).
Una volta guardata la storia da questo punto di vista, l’ultima parte dell’esercizio è provare a spostare il punto prospettico, mettendosi di volta in volta nei panni di tutti gli altri attori.
In questo modo, la parabola smetterà di essere muta, infantilizzata o ridotta a un insegnamento morale, ma diventerà un viaggio all’interno del cuore umano dove scoprire le tante sfaccettature che abitano ciascuno/a di noi.
Contemporaneamente sarà anche un viaggio all’interno del cuore di Gesù, a cui pian piano possiamo conformarci.