XXVII Domenica del tempo ordinario (commento)

Il brano di vangelo di questa settimana non è facile.

Siamo al capitolo 17 di Luca, i cui primi versetti – omessi dalla liturgia – parlano della necessità di non scandalizzare i piccoli – coloro cioè che stanno movendo i primi passi nella fede – e di perdonare il fratello («Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai»).

È di fronte a questa prospettiva che gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».

Sembra quasi una frase ironica: come a dire, “per fare quello che dici, serve molta molta fede”.

In questa prospettiva, si capirebbe anche meglio la risposta iperbolica di Gesù: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Gesù, cioè, starebbe dicendo ai suoi apostoli che se trovano fuori dalla loro portata (dalla portata della loro fede) la sua indicazione di non essere d’inciampo per chi si affaccia alla comunità e di perdonarsi tra loro, allora le cose non vanno molto bene.

Anche perché – come sappiamo – il vangelo va ben al di là di questo, per esempio suggerendo l’amore per i nemici.

La parabola seguente va nella medesima direzione.

A mio parere, lungi dall’invitare a una mortificante dichiarazione di inutilità del proprio operato, essa mostra che ciò di cui Gesù ha appena parlato (non essere di scandalo/inciampo, perdonare), ma anche quanto detto in precedenza (per esempio sulla ricchezza, come abbiamo visto nelle settimane scorse) è “il minimo sindacale” per una persona che vuole seguirlo.

Il testo – dunque – non invita a una (ipocrita) umiltà, a una (falsa) modestia o – peggio ancora – a una svalutazione della vita e dell’azione delle persone che provano a vivere accanto a Gesù.

Il senso è piuttosto quello di prendere coscienza che seguire il vangelo comporta un incarnarne il messaggio nella vita quotidiana con tutto ciò che questo comporta.

E dato che la proposta di Gesù spinge sempre un po’ più in là il limite dell’amore (nel senso che tende a dilatare sempre più la nostra capacità di cura nei confronti delle altre persone), serve tanta fede, ben più di quella che gli apostoli pensano sia necessaria.

A questo proposito, mi pare interessante il modo in cui il teologo Carlo Molari ha ripreso una classificazione tradizionale dell’indagine sulla fede:

«Sono due le dimensioni della fede: l’aspetto vitale, che è la fiducia, e l’aspetto che potremmo definire dottrinale dell’interpretazione dell’esperienza stessa di fede. A questo proposito, c’è un equivoco di fondo quando si parla di fede perché abitualmente, almeno nei nostri ambiti e anche un po’ a seconda delle stagioni storiche, si è accentuata la seconda dimensione della fede, che ha certamente una sua importanza ma che non ne costituisce l’aspetto fondamentale […] Quando parliamo della fede in sé non parliamo della dottrina, come risulta chiaro dalla definizione che ne dà il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum, per cui la fede è abbandonarsi fiduciosamente a Dio, prestando l’ossequio dell’intelletto e della volontà [DV 5]. Abbandonarsi fiduciosamente a Dio nell’accogliere questa forza, questa parola che ci viene testimoniata. Questo è l’elemento costitutivo: l’accoglienza di quella forza, di quella parola che ci conduce a diventare figli e a raggiungere la nostra identità filiale» [C. Molari, Il cammino spirituale del cristiano, 358-359].

È questa la fede da accrescere, così che il nostro tentativo di incarnare il vangelo diventi sempre più la nostra attività usuale, quotidiana e non l’eccezione, “gli straordinari”.

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