Il brano di vangelo che la liturgia ci propone per questa domenica è tratto dal capitolo 12 di Luca.
Nelle ultime settimane ci eravamo soffermati sul capitolo 10 e domenica scorsa sui primi versetti del capitolo 11.
Dunque oggi facciamo un salto.
Come sempre mi sembra utile recuperare, seppur per sommi capi, quelle parti di vangelo che non vengono lette nelle messe domenicali.
In particolare il capitolo 11, dopo la richiesta dei discepoli di Gesù di insegnare loro a pregare, la proclamazione del Padre nostro e le successive parole sulla preghiera, proseguiva con la narrazione della cacciata di un demonio muto da parte di Gesù.
Questo episodio, tuttavia, era diventato l’occasione per mettere in discussione il suo operato: «è in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni» (Lc 11,15).
In effetti, il capitolo 11 è caratterizzato da diverse polemiche e opposizioni che Gesù incontra, in particolare con i farisei e i dottori della legge.
Molto interessanti, da questo punto di vista, sono soprattutto i versetti 37-54.
Il capitolo 12, invece, – nella parte che precede il brano odierno – è inaugurato da un discorso di Gesù che invita a non temere «coloro che uccidono il corpo e dopo non possono fare più nulla». Il tenore è quello di chi ha preso coscienza che il clima intorno a lui e alla sua comunità si sta facendo ostile e si rivolge ai suoi e alle sue perché restino saldi/e.
È proprio in questo momento che «Uno della folla gli disse: “Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità”».
Questa richiesta diviene l’occasione per proseguire il discorso, indicando la necessità di tenersi lontano da ogni cupidigia, «perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Tuttavia, prima di procedere all’analisi di questa parte del discorso che Gesù sta rivolgendo alle migliaia di persone radunatesi per ascoltarlo, mi sembra interessante soffermarsi sulla risposta immediata che Gesù dà a colui che gli chiedeva di intervenire nelle sue questioni ereditarie col fratello: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
Queste parole, infatti, sorprendono.
Il nostro background religioso associa abitualmente Gesù a Dio e Dio a un giudice e perciò suona molto strano questo sottrarsi di Gesù al ruolo di giudice (giusto).
Tuttavia quando troviamo un’incongruenza tra il modo di essere di Gesù (e in lui di Dio) e il nostro immaginario, è quest’ultimo che dobbiamo convertire.
Gesù non ha voluto ergersi a giudice nelle nostre vicende, ma ha lasciato a noi di affrontare – alla luce della sua parola – le nostre questioni.
Più in generale, potremmo dire che Dio non si sostituisce a noi nella nostra esistenza, ma lascia a noi la responsabilità della nostra vita.
Questo implica, d’altra parte, anche l’assurdità di pensare di poter usare Dio come velo per le nostre scelte (e le nostre condanne).
Quello che Dio fa – nella persona di Gesù – è rivelare se stesso e il modo di essere umani che potremmo adottare: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
L’indicazione è molto penetrante perché va a toccare un aspetto centrale delle nostre esistenze: il sapersi procurare ciò che serve per vivere, senza dipendere da nessun altro e da nessun’altra.
In effetti è ciò che ci viene insegnato fin da bambini/e: essere autonomi/e soprattutto per quanto riguarda l’economia.
In merito, le questioni sono due:
1 – Chi è autonomo/a economicamente, non dipende davvero da nessuno/a? No.
2 – Chi si preoccupa unicamente o principalmente di “mettersi al sicuro” dal punto di vista economico, ha centrato il fine dell’esistenza? No, «la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
La parabola che segue lo mostra in maniera plastica: «“Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Questo non significa che la dimensione economica non sia importante e che dobbiamo tutti smettere di provvedere a noi stessi/e e alle persone care, allungando le file della Caritas che ultimamente sono già sempre più lunghe grazie alla società ingiusta in cui viviamo.
Significa che dobbiamo lasciarci scavare dalla domanda che l’esito della parabola suggerisce: Se la vita non dipende da ciò che possediamo, da cosa dipende?