Il brano di vangelo di questa domenica mi ha riportato alla mente una serie di letture che ho potuto fare durante questa estate.
In particolare ha attirato la mia attenzione il versetto: «Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto».
Luciano Manicardi – nel suo La passione per l’umano, edito da Vita e Pensiero (2023) – dedica un’ampia sezione alla vergogna, della quale dice: «È la penosa esperienza che segue all’insuccesso dell’umano tentativo di presentare una buona immagine di sé agli altri e anche a sé» [225].
È quanto accade al protagonista della parabola narrata da Gesù.
Tuttavia, come indica l’Autore, va tenuto presente che «nella vergogna non c’è in gioco semplicemente il senso di aver fallito o sbagliato qualche cosa (ciò che è piuttosto attinente al senso di colpa), ma di sentirsi sbagliati» [215].
«La vergogna [è] un’emozione terribile che esprime il disagio di esistere, di esserci e di essere visto venendo colto nella propria nudità, nella propria debolezza» [211] e «porta a scomparire, a non farsi vedere, a volersi nascondere» [202].
«La vergogna è in stretta connessione con il senso della propria identità, perché è provocata da esperienze che mettono in questione il concetto che noi abbiamo di noi stessi perché ci costringe a vederci con gli occhi degli altri e a riconoscere la discrepanza tra il modo in cui gli altri ci percepiscono e il modo in cui noi ci percepiamo» [234].
In questo senso, ciò che emerge dalla parabola evangelica è l’importanza di avere uno sguardo il più possibile lucido su se stessi.
A questo proposito, l’altra lettura che ha impegnato la mia estate è quella del testo di Carlo Molari, Il cammino spirituale cristiano, edito da Gabrielli (2020), il quale sottolinea come il passo inaugurale e fondamentale della vita spirituale sia il prendere coscienza che non siamo noi Dio, ma che siamo creature e, in quanto tali, dipendiamo (dalle forze fisiche, dai mutamenti biologici, dalle altre persone, dalla forza della vita che ci precede e ci anima).
Questa umile ricollocazione non va pensata nei termini dell’umiliazione, ma della corretta postura con cui pensarci e relazionarci a ciò che è altro da noi.
In particolare, permette di guardare in modo nuovo i nostri rapporti con le altre persone, tema della seconda parte del brano di vangelo: «Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti».
Molari insegna che lo scopo della nostra vita – una volta che si è acquisita la consapevolezza di non essere noi Dio – è quella di diventare: costruire ciò un itinerario interiore che ci faccia sempre più progredire nella vita spirituale, tendendo a conformarci sempre più all’umano che è stato Gesù.
In questo senso, afferma: «Noi dobbiamo testimoniare gratuità e giungere a forme oblative senza ricatti interiori. Nella maturità questo deve essere acquisito: non possiamo offrire vita pretendendo una ricompensa. La nostra ricompensa è il divenire – noi diventiamo secondo il dono che facciamo – ed è già intrinseca alla vita» [245].
Il nostro rapporto con le altre persone, quando riesce a connotarsi secondo la logica della gratuità, è qualcosa che fa crescere noi come umani/e nel cammino della vita.
È un tentativo di andare oltre gli istinti e le dinamiche psichiche e sociali per accedere a un “più di umanità” che è lo scopo della vita (spirituale).
Mi pare che possa essere un orizzonte stimolante e liberante con cui ricominciare l’anno sociale.