XXVI Domenica del tempo ordinario (commento)

Il vangelo di questa domenica è tratto – come quello della settimana passata – dal capitolo 16 di Luca e, infatti, ritorna il tema della ricchezza (e dell’ingiustizia).

Per comprendere il significato del testo, mi sembra necessario riportare alcuni dei versetti che la liturgia omette.

La settimana scorsa, infatti, avevamo letto la parabola dell’amministratore disonesto e i due detti successivi: quello della fedeltà nella disonesta ricchezza e il celebre «Non potete servire Dio e la ricchezza».

Immediatamente dopo questa affermazione, l’evangelista introduce una chiosa, che suona così: «I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: “Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole”» (Lc 16,14-15).

Queste poche righe possono – a mio avviso – indirizzare la comprensione del brano di vangelo odierno, in particolare grazie alle due annotazioni che il redattore ci offre:

  • «I farisei […] erano attaccati al denaro» (questa è dunque ancora la tematica);
  • «Ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole”» (vedi il racconto di Lazzaro e del ricco).

La storia che Gesù racconta, infatti, ha dei destinatari ben identificati: i farisei e tutte le persone che sono attaccate al denaro.

E ha uno scopo preciso: mostrare che ciò che tra gli uomini è considerato esaltante (la ricchezza), per Dio è abominevole.

In particolare nella narrazione di Gesù la situazione è resa in maniera plastica dal personaggio di Lazzaro, simbolo dell’ingiustizia sociale che una non equa distribuzione delle ricchezze crea.

L’artificio narrativo che Gesù utilizza per far comprendere la decisività del suo messaggio su questo tema è quello della proiezione dei personaggi nell’aldilà, dopo la loro morte, quando “le bocce sono ferme”, vi è una definitività su cui non si può intervenire.

Infatti, il personaggio del ricco si preoccupa di quelli che sono ancora nell’aldiqua (che possono quindi ancora modificare la loro condotta): «Padre [Abramo], ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento».

L’invito è quello di mandare «qualcuno dai morti» affinché i viventi credano che si debba cambiare vita.

Ora, quei “viventi” siamo noi: il testo si rivolge a noi e ci chiede una riflessione sulle nostre ricchezze, sul loro uso, sulla nostra indifferenza (o meno) rispetto a chi – oggi – è povero, sta alla porta, è coperto di piaghe, è bramoso di sfamarsi.

Il brano si conclude con la considerazione amara (sicuramente post-pasquale) che «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti».

In questa annotazione finale ci sono due aspetti da considerare.

Il primo riguarda il fatto che la questione della equa distribuzione delle ricchezze non è un’istanza per la quale serve la novità evangelica: essa è già presente nelle Scritture, nella sapienza umana, nella cura della specie («Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro»).

Eppure è talmente tralasciata che Gesù sente il bisogno di ribadirla con forza, utilizzando toni davvero perentori.

Il secondo è l’appello implicito rivolto a chi qualcuno risorto dai morti lo ha visto: cioè alle generazioni post-pasquali (tra cui noi).

Noi siamo coloro che credono che la risurrezione sia l’attestazione divina della realizzazione in Gesù dell’essere umano come Dio l’ha sognato. In lui la volontà di Dio si è realizzata.

Ma allora… se Gesù è il Regno di Dio, è la vita umana come Dio la vuole… e noi lo crediamo risorto, perché le sue parole sulla ricchezza, che sono tra le più forti e perentorie che abbia detto, vanno spesso in secondo piano?

Papa Francesco, da questo punto di vista, è stato davvero profetico e ha insistito molto (per esempio con il movimento The Economy of Francesco) sui temi legati alla giustizia sociale.

In proposito, consiglio il testo Patto per una nuova economia, A. Mattioli e C. Tintori (edd.), ITL, Milano 2020.

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