XXXIII Domenica del tempo ordinario (commento)

Dopo la commemorazione dei defunti e delle defunte e la celebrazione della dedicazione della Basilica lateranense, la liturgia riprende il suo corso e, infatti, questa domenica sarà la trentatreesima (la penultima) del tempo ordinario.

Fra due settimane inizierà l’avvento.

Come di consuetudine, il vangelo di questa settimana è tratto dal cosiddetto “discorso escatologico” dell’evangelista di turno, quest’anno Luca.

Il tema sono gli eskata, le cose ultime, la fine della storia, il suo senso.

Il linguaggio utilizzato, come più volte abbiamo ricordato, è particolare, di tipo apocalittico, che procede per immagini e simboli, in una modalità piuttosto lontana da quella in cui siamo soliti/e narrare, insegnare, parlare.

La prima accortezza, dunque, nell’approcciare questi testi è quella di non lasciarsi spaventare dal lessico inusuale, ma di provare a capire cosa essi vogliano dire, a quale questione stiano rispondendo.

Per farlo è importante ricordare che siamo nella parte finale dei vangeli, prima della narrazione della passione, morte e risurrezione di Gesù.

La prospettiva è, dunque, quella della fine dell’esperienza storica di Gesù (e del suo senso), che – inevitabilmente – porta alla domanda sulla fine della nostra vita (e del suo senso) e, più in generale, sulla fine della storia stessa (e del suo senso).

All’interno di questo contesto, indubbiamente, il linguaggio utilizzato evoca una sensazione di sgomento: distruzioni, guerre, rivoluzioni, inganni, terremoti, carestie, pestilenze, fatti terrificanti, segni grandiosi dal cielo, persecuzioni, avversità, tradimenti, uccisioni…

Potremmo dire che si tratta di un concentrato di tutte le paure umane: l’atmosfera interiore che si crea, leggendo questi passi, è molto simile a quella che avvertiamo quando ci prende l’angoscia sul nostro futuro (perdita di controllo sulla realtà, sul nostro corpo, sulla nostra mente; il ritrovarsi in balia di altri, altre, sconosciuti, sconosciute, ostili; il deperimento, il dolore fisico, la solitudine, la fine, il niente…).

Potremmo dire che il linguaggio usato da Gesù dipinge (a tinte molto fosche) un panorama interiore che conosciamo molto bene e in cui (chi più chi meno) ogni tanto sprofondiamo: la paura del futuro.

Ebbene, in questo panorama, Gesù inserisce parole dissonanti, apparentemente estemporanee, come degli spiragli che fanno passare luce: «Non vi terrorizzate», «Avrete occasione di dare testimonianza», «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto».

Gesù non nega che la vita abbia una sua durezza intrinseca, appesantita dal male che gli esseri umani si fanno tra di loro, e che il dolore che attraversa le esistenze spesso sembri totale.

Lui per primo vivrà la fine della sua vita solo, tradito, perseguitato, martoriato, ucciso.

Ma dentro alla disperazione più buia inserisce un orizzonte altro: c’è Qualcuno con te.

In questa frase (“C’è Qualcuno con te”) è contenuta la speranza della vittoria dell’essere sul nulla (c’è), della relazione sulla solitudine (Qualcuno), della cura sull’abbandono (con te).

Attaccarsi a questa speranza, al dare fiducia al fatto che Gesù – persona credibile – avesse ragione, è ciò che può permetterci di trasformare la paura del futuro (o di un presente che è già quel temuto disperante futuro) in un’occasione: qualsiasi sia la situazione in cui ci troviamo o ci troveremo a vivere, è sempre possibile testimoniare l’amore.

Lui – così disperato sulla croce che forse ha dubitato a sua volta delle sue stesse parole di speranza («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato») – mentre moriva è riuscito a testimoniare l’amore («Oggi sarai con me in paradiso», «Padre, perdona loro», «Madre, ecco tuo figlio; figlio, ecco tua madre»…).

Io non so se ci riuscirò, ma posso provare a costruirmi in modo da tendere il più possibile a diventare come lui. D’altra parte questo mi pare il senso della vita cristiana.

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