XXIII Domenica del tempo ordinario (commento)

Il brano di vangelo di questa domenica è tratto – come quello della settimana scorsa – dal capitolo 14 di Luca.

Siamo nella seconda parte del vangelo, inaugurata – al capitolo 9 – dalla «ferma decisione» di Gesù «di mettersi in cammino verso Gerusalemme».

Gesù sente, dunque, la necessità di ribadire alla «folla numerosa [che] andava con lui» che seguirlo non è facile, comporta una scelta radicale, che va ben ponderata.

Decidere di seguire Gesù vuol dire, infatti, essere disposti a uscire dalla logica familista e da quella egoista: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo».

Questa espressione non significa che non dobbiamo avere legami d’affetto e di cura nei confronti di coloro che compongono la nostra famiglia o verso noi stessi/e; significa, piuttosto, che quei legami di affetto e cura non possono essere circoscritti al nostro clan, alla nostra tribù, al nostro giro, al nostro gruppo, ma devono travalicare (e abbattere) i confini dei legami di sangue, tanto che si è disposti/e anche ad andare contro “i nostri / le nostre” e fin contro noi stessi/e per la logica del vangelo.

Decidere di seguire Gesù vuol dire anche essere consapevoli che la proposta di vita che egli fa comporta fatica, sofferenza e persecuzione: «Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo».

La “croce” evocata nelle parole di Gesù non è qualsiasi disgrazia ci capiti, come invece spesso gergalmente intendiamo, quando per esempio affermiamo: “Ah, gli è capitata una bella croce…”.

La “croce” qui è piuttosto tutto ciò che di doloroso ci raggiunge per il fatto che cerchiamo di vivere la logica evangelica: chi prova ad amare, a costruire logiche di giustizia e pace, chi si prende cura dei più disgraziati e delle più disgraziate della terra, si scontra inevitabilmente con la resistenza di altre logiche (di potere, denaro, sopraffazione, supremazia, ecc.) che sono sia dentro sia fuori di lui / di lei. E questo scontro provoca dolore: frustrazione, indebolimento, stanchezza, se non anche prigionie, esili, botte, martiri.

Decidere di seguire Gesù, quindi, è una scelta che va fatta e riconfermata con consapevolezza: è un’impresa fuori dal comune (come «costruire una torre») e prevede – dunque – una riflessione sui propri mezzi («Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo»); è anche un’impresa pericolosa (come «affrontare con diecimila uomini chi [ci] viene incontro con ventimila») che richiede il mettere in gioco se stessi / se stesse interamente («chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo»).

In questa ripresa dell’anno sociale, il vangelo odierno suona come una sveglia che ci costringe a porci domande radicali sulla nostra fede e sulla nostra scelta di seguire o meno il Signore.

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