Siamo alla fine dell’anno!
“Ma come?” – mi direte – “Manca più di un mese al 31 dicembre!”.
E avete ragione: manca più di un mese alla fine dell’anno civile, ma l’anno liturgico, l’anno della Chiesa, termina con la 34^ domenica del tempo ordinario.
Il nuovo anno inizierà già la settimana prossima, con la 1^ domenica di avvento.
Questa che viene, dunque, è l’ultima domenica dell’anno liturgico e, come da tradizione, è dedicata a Cristo Re dell’Universo.
Nel leggere il vangelo, tuttavia, l’atmosfera di festa che ci aspetteremmo, lascia subito posto a un certo sgomento perché, per celebrare il Figlio di Dio signore del cosmo, ci viene proposto il brano di Gesù in croce, in uno degli spaccati più duri della narrazione della passione, quello in cui Gesù viene deriso e insultato: «[Dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano […] Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto […] Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava».
Ma perché la liturgia ci propone proprio questo testo?
Non se ne poteva scegliere uno meno crudo, più glorioso, più trionfante?
In fin dei conti, la festa è quella di Cristo Re dell’universo.
Nonostante queste comprensibili rimostranze, a mio parere la scelta è molto pertinente.
La liturgia, infatti, vuole invitarci a una riflessione sulla regalità del Figlio di Dio, sul modo in cui Cristo è re.
E il procedimento corretto non è applicare a Lui l’idea di regalità che abbiamo in testa, ma risignificare la nostra idea di regalità alla luce di come lui ha inteso il suo essere re.
In questo senso, il vangelo ci ricorda che è proprio sulla croce che il Figlio manifesta pienamente la sua regalità.
Non a caso, viene messo in evidenza il capo di imputazione che era appeso sopra il suo patibolo: «Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”».
Se proviamo a immaginarci la scena – con Gesù inchiodato alla croce e sopra il cartello che lo definisce re – il contrasto è forte.
Abitualmente, infatti, la regalità è associata al campo semantico della maestosità, della grandiosità, del potere. La Treccani fornisce i seguenti sinonimi: maestosità, nobiltà, solennità, fastosità, grandiosità, magnificenza, sfarzosità, sontuosità, splendore.
Ma sulla croce, Gesù non è nulla di tutto ciò: il re è nudo e tutti lo vedono e lo dichiarano.
Anzi verrebbe da definire la sua situazione come quella descritta da De André in Verranno a chiederti del nostro amore, quando il protagonista dice: «Il potere io l’ho scagliato dalle mani».
Gesù è un re spoglio del potere.
Non può muoversi, non può difendersi, non può sopravvivere.
Solo una cosa è ancora in potere di fare: parlare.
E ciò che dice rivela ciò che è: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
L’unico potere che Cristo re dell’universo ha è quello di preoccuparsi e prendersi cura.
D’altra parte, chiari indizi del fatto che fosse così erano già disseminati lungo tutto il vangelo.
Tante volte Gesù aveva parlato di Regno e sempre con una modalità che non corrispondeva all’abituale senso che diamo a questo termine: «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» [Mt 11,5-6].
La croce è, quindi, solo il culmine di una parabola di ri-significazione del concetto di regalità che attraversa tutta l’esperienza storica di Gesù.
Questa domenica, allora, celebrando Cristo Re dell’universo non lasciamoci andare all’ipocrita e borioso senso di superiorità di chi si crede membro di un regno potente, ma custodiamo la sofferta tenerezza di chi ha scagliato via il potere dalle sue mani per tenerle aperte ad accogliere chiunque avesse bisogno/voglia di essere accolto/a.