XVII Domenica del tempo ordinario (commento)

Il vangelo di questa domenica ci presenta un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli, inaugurato dalla domanda di questi ultimi: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».

Ad una prima veloce lettura, sembrerebbe che il desiderio di imparare a pregare sia nato nel gruppo di Gesù dopo aver visto Giovanni Battista che insegnava come farlo ai suoi seguaci.

In realtà, vi è un’indicazione previa che può orientare l’individuazione dell’origine della domanda dei discepoli, e cioè il contesto in cui essa sorge: «Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare”».

Accanto, dunque, all’esperienza dei discepoli di Giovanni, ciò che suscita la richiesta nei confronti di Gesù è aver visto lui mentre pregava.

In effetti, in diversi passi gli evangelisti riportano l’abitudine di Gesù di ritirarsi in disparte per pregare e questa sua prassi deve aver portato i suoi discepoli a interrogarsi.

Anche perché stiamo parlando di un gruppo di persone ebree, avvezze alla preghiera, le quali, tuttavia, trovano il pregare di Gesù diverso da quello che era stato loro trasmesso.

La risposta di Gesù – quella che per noi è la traccia del Padre nostro – più che una formula da ripetere a memoria, è l’individuazione dei capisaldi della preghiera secondo Gesù.

Innanzitutto il rivolgersi a.

Sembra scontato, ma spesso nel modo che abbiamo di pregare – che purtroppo può ridursi a una ripetizione di formule – ci scordiamo che ci stiamo rivolgendo a qualcuno. È importante dunque prendere coscienza del fatto che, pregando, entriamo in una relazione, in cui non ci siamo solo noi e la nostra interiorità, ma c’è un tu.

In secondo luogo, questo “tu” non è generico, ma è Qualcuno che ha un volto, che si può conoscere tramite la rivelazione che Gesù ci ha fatto di Lui. Egli lo chiama “Padre”, collocandoci nella dimensione della figliolanza: riconoscere che non siamo noi Dio è tra le cose più liberanti che la nostra esperienza di umani possa farci sperimentare e che ci ricolloca rispetto a noi stessi, noi stesse, le altre persone, il mondo.

Gli altri capisaldi del pregare al modo di Gesù sono l’invocazione perché venga il Regno di Dio – cioè un modo nuovo di stare nella vita fatto di compassione, solidarietà, cura –; la centralità dell’essenziale per vivere nostro e altrui («dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano»); il perdono (possibile verso gli altri e le altre quando – a nostra volta – ci facciamo guarire dal perdono del Signore); e la compagnia nelle difficoltà nostre e altrui («non abbandonarci alla tentazione»).

Per chi vuole imparare (o imparare sempre di nuovo) a pregare i passi sono indicati: si tratta di entrare con consapevolezza in una relazione che ci riorienta.

Il brano di vangelo prosegue poi con la metafora dell’amico, da cui è giunto un amico come ospite e che va da un amico a chiedere l’essenziale: il pane.

Questa catena di amicizia ci instrada ulteriormente circa la concezione che Gesù ha della preghiera: è un rapporto in cui è implicata la nostra dimensione affettiva, il nostro avere bisogno (non essere noi Dio), l’essenziale per vivere (il pane), la fiducia reciproca.

Pregare è dunque essenzialmente accorgersi che non siamo soli, autoriferiti, autosufficienti.

E riorientarsi a partire da questa verità circa la nostra identità.

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