Il brano di vangelo odierno, conclude il “Discorso ecclesiale” di cui abbiamo letto una parte la settimana scorsa.
Là si parlava di correzione fraterna, qui di perdono.
Sono indubbiamente tematiche centrali per chi vive con altre persone e lo sono ancora di più se la comunità entro la quale si è inserite/i si fonda sul vangelo.
L’esordio è molto noto: «Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”».
Pietro nella sua proposta («Fino a sette volte») era andato già ben oltre quanto la tradizione ebraica suggeriva (tre volte), utilizzando tra l’altro il numero “sette”, che – come si sa – ha un valore simbolico particolare, che indica la pienezza.
La risposta che dunque Pietro dà alla domanda che lui stesso ha posto è già una “sovra-misura”.
Eppure Gesù rilancia ulteriormente: «Fino a settanta volte sette», utilizzando un’espressione della Genesi pronunciata da un discendente di Caino: «Ora Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoc, dal nome del figlio. A Enoc nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl e Mecuiaèl generò Metusaèl e Metusaèl generò Lamec. Lamec si prese due mogli: una chiamata Ada e l’altra chiamata Silla […] Lamec disse alle mogli: “Ada e Silla, ascoltate la mia voce; mogli di Lamec, porgete l’orecchio al mio dire. Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette”», Gen 4,17-19.23-24).
Come riporta la Diocesi di Bergamo, nella sua collana “Scuola della Parola”, «Difficile non sentire [nel] dialogo [tra Pietro e Gesù] l’allusione al canto selvaggio di Lamech (Gen 4,24); “Caino si vendica sette volte, ma Lamech settantasette volte”. Alla vendetta selvaggia il cristianesimo sostituisce la pratica del perdono che non misura le volte in cui l’offesa torna ad essere fatta», [Scuola della Parola 1999, Diocesi di Bergamo, 142].
«In Genesi dunque l’espressione […] è impiegata per parlare dello straripamento di una violenza contro il fratello che allontana sempre più l’uomo da Dio. Nel nostro testo essa è invece indice della misericordia e del perdono che manifestano la presenza di Dio all’interno della comunità ecclesiale», [I Vangeli. Tradotti e commentati da quattro bibliste, Ancora, 314-315].
Tuttavia, «la questione del “numero” di volte in cui bisogna perdonare passa subito in secondo ordine; Matteo aggiunge infatti la parabola del padrone e del servo; questa non spiega “quante volte” perdonare, ma spiega “perché, per quale motivo” perdonare, di un perdono che si è detto essere senza misura. O, se si vuole: essa, prima di presentare il perdono come un dovere (e non c’è dubbio che faccia anche questo), spiega il perché al cristiano sia ormai possibile perdonare: perché appunto lui per primo ha ricevuto il perdono» [Scuola della Parola 1999, Diocesi di Bergamo, 142].
«Il perdono di Dio è efficace solo quando l’uomo è capace di farlo entrare nell’orizzonte dei propri rapporti», [I Vangeli. Tradotti e commentati da quattro bibliste, Ancora, 317].
Questa è la prospettiva del vangelo odierno: molto diversa da quella da cui noi di solito approcciamo la questione…
Ma… l’abbiamo scoperto la settimana scorsa… noi non pensiamo secondo Dio.
In cosa consiste questa diversa prospettiva?
Noi solitamente, quando di tratta di parlare di perdono, in particolare di perdono che noi dobbiamo/possiamo (dovremmo/potremmo) accordare, ci mettiamo immediatamente nei panni di chi ha subito un torto. Panni, peraltro, non difficili da indossare perché tutti e tutte siamo continuamente vittime di torti (dai più banali a quelli distruttivi).
Quindi, di fronte al tema del perdono da accordare, noi ci poniamo come le “vittime” che devono decidere il da farsi, quasi dei giudici che devono stabilire il diritto all’esistenza dell’altro/a.
La prospettiva evangelica invece è un’altra: nel porti di fronte a chi ti ha fatto un torto, ricordati che sei a tua volta un perdonato, una perdonata.
La situazione non cambia (il male è male e fa male) ma è il modo di stare nella situazione che non è più lo stesso.
È – appunto – una prospettiva diversa: non quella degli uomini, ma quella di Dio.