Il vangelo di questa domenica si colloca verso la fine del capitolo 21 di Matteo.
Gesù è giunto a Gerusalemme a cavallo di un’asina, mentre la folla grida «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Come annota l’evangelista, «tutta la città fu presa da agitazione», con il rincorrersi delle voci: «Chi è costui?», «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».
Come se non bastasse, Gesù si dirige al Tempio dove compie guarigioni, ma soprattutto dove «scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe».
Tutto ciò porta i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo a domandargli: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?».
Si profila, dunque, un duro scontro.
Gesù, infatti, non risponde all’interrogativo che gli hanno posto, ma ribatte ponendone a sua volta un altro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?».
Di fronte all’impasse dei suoi interlocutori – i quali erano in difficoltà perché si dicevano «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta» – Gesù ribatte: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».
È proprio a questo punto della narrazione, quando i toni sono molto accesi e la tensione molto forte, che Gesù narra la parabola che questa domenica ascoltiamo a messa, quella dei due figli: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli…».
Quel “Che ve ne pare?” quindi non è genericamente rivolto a un ascoltatore o a una ascoltatrice qualunque: chi viene interpellato sono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, cioè i rappresentanti più illustri del popolo d’Israele.
Per di più non è una neutra richiesta di opinione, ma è il preludio di un gravissimo j’accuse: quand’essi, infatti, rispondono che è il primo figlio a fare la volontà del padre – cioè quello che alla richiesta di andare a lavorare nella vigna aveva risposto “Non ne ho voglia”, ma poi era andato – si sentono ribattere: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio».
È una frase che noi siamo abituati/e a sentire e che, forse, proprio per questo ci arriva un po’ depotenziata. Ma se ci soffermassimo un momento e provassimo a dirla o a pensare di rivolgerci in questo modo a qualcuno/a o di sentire una persona che si rivolge in questi termini ad un’altra, ne sentiremmo tutta la portata.
Interessante poi la motivazione che segue: «Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
In questi versetti viene ripreso il riferimento a Giovanni – presente nei versetti precedenti – e il non aver creduto a lui e alla sua proposta di conversione, di cambiamento, diventa la spiegazione della retrocessione nell’accesso al regno di Dio dei Giudei osservanti rispetto alle prostitute e ai pubblicani.
Come vedremo la prossima settimana, il capitolo 21 non termina qui, ma presenta una seconda parabola che porterà alle estreme conseguenze il conflitto.
Resta aperta, tuttavia, già da oggi, una domanda per noi: siamo come quei capi dei sacerdoti e quegli anziani del popolo, sordi agli inviti alla conversione perché “già a posto”?