Il vangelo di questa domenica, dopo la narrazione dell’avvio della missione pubblica di Gesù raccontata nel capitolo 4 e ascoltata la settimana scorsa, ci propone l’incipit del capitolo 5, che inaugura il cosiddetto “discorso della montagna”.
«Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare» …
L’evangelista Matteo, a differenza degli altri sinottici, organizza gli insegnamenti di Gesù in 5 grandi discorsi: il discorso della montagna (capp. 5-7), il discorso missionario (cap. 10), il discorso parabolico (cap. 13), il discorso ecclesiale (cap. 18) e il discorso escatologico (capp. 24-25).
Il discorso della montagna – che, dunque, dura ben 3 capitoli – è inaugurato dalle beatitudini, che coincidono con il brano odierno.
È un testo molto noto, che rischia pertanto di scivolarci un po’ addosso: da un lato perché lo abbiamo sentito innumerevoli volte, dall’altro perché resta sempre un po’ enigmatico, difficile.
Proviamo allora ad analizzarlo partendo dal semplice.
Innanzitutto, il testo delle beatitudini si chiama così perché è ritmato da 8 ripetizioni del termine “beati” + una successiva nona occorrenza finale.
Quindi nel giro di pochi versetti, la parola “beati” è ripetuta per ben nove volte.
Ma cosa significa “beati”?
Il termine greco è “makarioi” che potremmo tradurre con “beato”, “felice”, “fortunato”, “ricco”.
Si tratta di un vocabolo che ha un’accezione fortemente positiva.
Dare del “beato” a qualcuno, vuol dire considerarlo una persona invidiabile, quella persona che tutti e tutte vorremmo essere.
È qui, però, che la questione si complica…
Innanzitutto sarebbe interessante sapere a chi noi oggi daremmo del “beato”, chi riteniamo “felice” e – soprattutto – sulla base di quali criteri.
Noi ci riteniamo beati/e? Se sì, perché? Cos’è che ci fa auto-definire “felici”? Se no, perché? Cosa riteniamo ci manchi per esserlo?
È un po’ la domanda che si deve essere posto anche Gesù: nel momento in cui ha voluto delineare che cos’è la felicità, qual è una vita felice, ha individuato una serie di caratteristiche, di criteri, che – tuttavia – possono risultare inaspettati.
Vediamoli:
“Beati i poveri in spirito”, cioè felici coloro che sanno di non bastare a se stessi/e, di non essere loro Dio (di non essere il dio della loro vita), ma di avere bisogno, di dipendere, di ricevere vita da Altro, dagli altri, dalle altre;
“Beati gli afflitti”, cioè felici coloro che sperimentano un dolore profondo, un lutto, una sofferenza;
“Beati i miti”, cioè felici coloro che sono dolci, benigni, amorevoli;
“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”, cioè felici coloro che sognano un mondo più giusto e provano a costruirlo;
“Beati i misericordiosi”, cioè felici coloro che si fanno smuovere le viscere dal dolore altrui;
“Beati i puri di cuore”, cioè felici coloro che hanno il cuore libero, sincero, schietto;
“Beati gli operatori di pace”, cioè felici coloro che praticano la pace, la realizzano;
“Beati i perseguitati a causa della giustizia”, cioè felici coloro che sono disposti/e a rimetterci in prima persona pur di vedere concretizzarsi un mondo giusto.
Infine, ultima accezione “fuori lista”: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”, cioè felici voi quando sarete disposti/e a rimetterci in prima persona, a perdere l’onore, i beni, l’integrità fisica per il vostro tentativo di essere miei discepoli e mie discepole.
Come anticipato, si tratta di criteri piuttosto inaspettati, soprattutto alcuni (“Beati gli afflitti”, “Beati i perseguitati”), e tuttavia sono i criteri di Gesù.
Egli non contrappone felicità e dolore (“gli afflitti”), felicità e persecuzione (“i perseguitati”) perché nella sua prospettiva la vita umana è felice, da un lato, quando è una vita in relazione (con gli altri, con le altre, e con Dio – che consola) e, dall’altro, quando è una vita progettuale (per gli altri, per le altre, per un mondo migliore): una vita consapevole della sua non auto-sufficienza, della sua precarietà, della sua fragilità e per questo aperta alla relazione (“poveri in spirito”) e consapevole della sua straordinaria potenzialità di costruire un mondo migliore che ha i tratti della mitezza, della giustizia, della misericordia, della libertà di cuore, della pace.
Potremmo quasi dire che tutto il vangelo si condensa in questo testo e nell’invito che Gesù ci rivolge a essere beati, beate, così come lo intende lui.