Domenica la Chiesa celebra la Pentecoste.
Cinquanta giorni dopo Pasqua si fa memoria del dono dello Spirito santo.
La scansione temporale è una costruzione liturgica successiva, tant’è che – come leggiamo nelle letture – il vangelo di Giovanni colloca il dono dello Spirito durante l’apparizione di Gesù risorto ai discepoli lo stesso giorno di Pasqua.
Ciò che dunque interessa non è tanto il “quando” o il “come” di questo dono, ma il suo significato.
È come se la prima Chiesa avesse voluto rispondere al senso di orfanità paventato da Gesù («Non vi lascerò orfani», Gv 14,18), mostrando la nuova presenza di Dio nel mondo: in spirito, appunto.
Si tratta di una presenza – come dice il nome stesso “pneuma” = “soffio”, “respiro” – caratterizzata da un’inafferrabilità, che fa sì – come testimonia il vangelo stesso («il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va», Gv 3,8) – che non possa mai essere considerato “preso”, “afferrato”, “com-preso” definitivamente.
Questa sua caratteristica è ciò che lo rende al contempo libero (di spirare dove vuole) e manipolabile (nessuno/a può certificarne l’effettiva presenza o assenza).
È, tuttavia, anche la caratteristica che – a mio parere – lo rende la chiave di lettura più realistica di Dio stesso: al di là delle nostre illusioni, anche il Padre e il Figlio sono altrettanto non circoscrivibili nei nostri tentativi di comprensioni esaustive.
Dio è sempre Altro, è sempre altrove, è sempre ulteriore.
Il Nuovo Testamento, però, indica dei segni con cui lo si può riconoscere.
Il vangelo di Giovanni sottolinea in particolar modo il suo stretto legame con la riconciliazione.
Il perdono (verso se stessi/e, gli altri/e, degli altri / delle altre) è sempre una situazione esistenziale in cui è all’opera lo Spirito, Dio: è, infatti, l’occasione di una vita e di una identità nuova, riconciliata.
Gli Atti degli apostoli parlano, invece, di «un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso», che riempie tutta la casa: è un’immagine che richiama la vitalità, la pienezza, il movimento. Lo Spirito è la forza della vita, è passione per la vita.
Viene poi citato il fuoco: «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro». Lo Spirito è paragonato a qualcosa che illumina, scalda, arde e che – pur posandosi su tutti/e – lo fa dividendosi, in modo da arrivare a ciascuno/a. È il segno di una presenza calorosa, rischiarante, intima: «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,24).
Infine, segno dello Spirito è la comprensione fra persone diverse: «Cominciarono a parlare in altre lingue», cioè nelle lingue degli altri e delle altre. Lo Spirito, dunque, crea comunione anche là dove le distanze sembrano incolmabili.
A Pentecoste si celebra la possibilità – donata da Gesù risorto – di una vita nello Spirito: una vita riconciliata e riconciliante, appassionata, vitale, piena, movimentata, animata da un’interiorità calda, rischiarata, che sa di casa e che è comunionale.