V Domenica del tempo ordinario (commento)

Il brano di vangelo di oggi è la diretta continuazione di quello della settimana scorsa (le beatitudini).

Siamo, dunque, sempre all’interno del cosiddetto “discorso della montagna” di Gesù.

Dopo aver proclamato la sua idea di “beatitudine”, di vita felice, e, in particolare, dopo essere passato dalla terza persona plurale («Beati i poveri in spirito […] Beati quelli che sono nel pianto […] Beati i perseguitati per la giustizia […]») alla seconda («Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno […]»), continua a rivolgersi ai suoi interlocutori direttamente: «Voi siete il sale della terra», «Voi siete la luce del mondo».

Questi “voi” hanno un valore appellativo molto forte.

Chi ascolta, ma anche chi legge, si sente chiamato in causa: “Noi siamo il sale della terra”, “Noi siamo la luce del mondo”.

La prima cosa interessante da chiedersi è quale sia la reazione che queste affermazioni suscitano.

Soprattutto la scelta del presente (e non del passato o del futuro), cioè quel «voi siete» (già, ora) il sale della terra, la luce del mondo, che impatto ha sulla nostra coscienza?

Essere definiti “sale della terra” e “luce del mondo” è una dichiarazione di identità molto forte, una responsabilità molto grande.

Non vi nascondo che la mia prima reazione è quella di schermirmi di fronte a queste identificazioni.

La sola idea di accettare di farmi definire “luce del mondo” e “sale della terra” mi induce a sottrarmi; un po’ perché dentro di me salta subito su una vocina che dice “ma chi ti credi di essere? Non montare in superbia”; un po’ perché guardando alla mia piccolezza, mi sembrano espressioni decisamente fuori portata: sulla base di cosa sarei “sale della terra” e “luce del mondo”?

Pare però che Gesù abbia previsto queste obiezioni, tanto che lui stesso invita a dare credito a queste sue affermazioni e a non cadere nella tentazione di far sì che “perdiamo sapore”, che “nascondiamo la luce” («Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa».

Di fronte a questa perentorietà e insistenza riemerge la domanda: data la mia piccolezza, sulla base di che cosa sarei “sale della terra” e “luce del mondo”?

Credo che gli aspetti da tenere in considerazione siano due:

  • Sono/siamo “sale della terra” e “luce del mondo” perché raggiunti/e dalla sua parola trasformante. È il nostro essere cristiani/e che ci fa “sale della terra”, “luce del mondo”. Non nel senso nominalistico o magico per cui l’aver ricevuto i sacramenti ci renderebbe diversi/e dalle altre persone, ma nel senso forte di fortunati e fortunate destinatari/e del messaggio di Gesù che ci ha rivelato che gli esseri umani sono amati da Dio, riconciliati e per questo capaci di costruire un mondo guidato dal criterio dell’amore. L’aver creduto a questo messaggio (che è ciò che riempie di senso anche la nostra prassi sacramentale) è ciò che ci rende “beati/e” nel senso che Gesù ha dato a questo termine (coautori e coautrici di una vita consapevole della sua non auto-sufficienza, della sua precarietà, della sua fragilità e per questo aperta alla relazione – “poveri in spirito” – e coautori e coautrici di una vita consapevole della sua straordinaria potenzialità di costruire un mondo migliore che ha i tratti della mitezza, della giustizia, della misericordia, della libertà di cuore, della pace). È la relazione con Dio e con la sua parola che, dunque, ci ha resi “sale della terra” e “luce del mondo”.
  • Sono/siamo “sale della terra” e “luce del mondo” insieme. Gesù si rivolge a ciascuno e a ciascuna di noi, ma a ciascuno e a ciascuna come parte di un gruppo, di una comunità, quella dei suoi discepoli e delle sue discepole. Ecco perché – pur nella piccolezza e limitatezza d’azione di ognuno/a di noi (“sale del nostro terreno d’azione”, “luce dei nostri piccoli mondi di relazione”), siamo – insieme – “sale della terra” e “luce del mondo”.

Se ancora salisse alle nostre labbra un’obiezione (“Come realizzare questo essere sale e luce, come concretizzarlo?”), ecco che Gesù risponde: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Il mondo ha bisogno di luce, la terra ha bisogno di sale e questa luce e questo sale sono le nostre opere buone. È dunque ora di mettersi a fare opere buone.

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