XVI Domenica del tempo ordinario (commento)

Il brano di vangelo di questa domenica è la diretta continuazione di quello della settimana scorsa.

Dopo aver raccontato la parabola del buon samaritano, il vangelo di Luca riprende narrando che «mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò».

L’episodio dell’incontro di Gesù con le sorelle Marta e Maria è molto noto e – nel corso degli anni – ha dato adito a molte interpretazioni che si sono concentrate sul biasimo che riceve Marta e l’elogio riservato a Maria.

Spesso si è utilizzato questo testo per mettere a confronto due stili di vita (quello attivo di Marta e quello contemplativo di Maria), arrivando anche a sfruttare le parole di Gesù per una sorta di revanche del mondo monastico su quello più operativo degli ordini mendicanti e di altre congregazioni religiose.

In realtà, a mio giudizio, il brano più che riferirsi a determinate categorie di persone, vuole mettere in luce altro.

Non si tratta tanto di dare un giudizio positivo sullo stile di vita contemplativo e un giudizio negativo su uno stile più basato sul fare: ciò che viene rapportato è, da un lato, il rischio di essere distratti, distolti, storditi dalle molte cose da fare (i “servizi”) e, dall’altro, la centralità dell’ascolto della parola del Signore.

Ciò che viene rimproverato a Marta non è il fatto che faccia, ma che i molti servizi che fa la risucchino completamente, facendole perdere l’aspetto fondamentale della vita: nella nostra società quello che accadeva nella Palestina di venti secoli fa è, forse, più immediatamente comprensibile.

Anche noi rischiamo di affogare nelle molte cose (buone) che facciamo ogni giorno, di immergerci così tanto nelle attività (doverose) che caratterizzano le nostre esistenze, da non riuscire più (per stanchezza, mancanza di tempo, esaurimento di energie psico-fisiche) a dare spazio a ciò che alimenta ciò che facciamo e siamo, e cioè metterci in sintonia con la parola di Gesù.

Da questo punto di vista sono interessanti i termini che descrivono il dialogo in atto tra Gesù e Marta.

Di quest’ultima viene detto che «era distolta per i molti servizi», cioè dis-tratta; come se i servizi cui stava adempiendo la dis-locassero, la spostassero da ciò che in quel momento doveva invece essere il centro attrattivo delle sue attenzioni, cioè la presenza del Signore.

In più, nel portare avanti la sua rivendicazione colpevolizzante contro la sorella, Marta utilizza una parola interessante. Dice, infatti, a Gesù: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?». Quel “non t’importa”, potrebbe essere tradotto anche con “non ti curi”. La traduzione inglese usa il verbo care, che noi conosciamo soprattutto grazie alla scuola di Barbiana.

Marta accusa, cioè Gesù di non attuare nei suoi confronti l’I care che don Lorenzo Milani porrà al centro del suo metodo educativo.

L’ironia del brano consiste nel far emergere come, invece, chi non si stia curando di ciò che conta veramente è Marta stessa. È lei che si sta facendo trascinare via rispetto a ciò di cui c’è veramente bisogno, la parte migliore.

In ognuno di noi abita una Marta… che andrebbe guardata con tenerezza, presa per mano e accompagnata a sedersi anche lei lì con Gesù.

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