XXIX Domenica del tempo ordinario (commento)

Il vangelo di questa domenica è costituito per lo più da una parabola.

Come ci dice il redattore del testo, essa riguarda la preghiera e, in particolare, «la necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai».

I protagonisti della storia sono un giudice e una vedova.

Il primo è descritto come un uomo «che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno».

La seconda, invece, come una persona che chiedeva giustizia: «andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”».

«Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».

A partire da questa parabola, Gesù istituisce una sorta di parallelismo tra il giudice disonesto e Dio: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente».

L’accostamento del personaggio della parabola con Dio ne segnala similitudini e differenze: come il giudice, Dio fa giustizia; ma, mentre il primo agisce per evitare di essere continuamente importunato, Dio «farà giustizia ai suoi eletti», cioè per amore.

Il richiamo a Mt 7,11 è piuttosto evidente: «Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!».

Chiarita, dunque, la natura del parallelismo – passaggio indispensabile per non cadere nell’errore di pensare Dio come un giudice disonesto che non ha riguardo per alcuno e che addirittura è infastidito da chi gli chiede di fare giustizia – è necessario passare al risvolto antropologico della parabola.

Dopo aver evinto cosa dice la parabola su Dio (aspetto teologico), proviamo dunque a vedere cosa dice di noi (aspetto antropologico).

Il tema è quello della necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai, emblematicamente incarnato dalla vedova che chiede che le sia fatta giustizia e che – stando a quanto dice il giudice – è insistente: «mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi».

Le espressioni che indicano la perseveranza nella preghiera («senza stancarsi mai», «mi dà tanto fastidio», viene «continuamente a importunarmi») sono riprese dalle parole di Gesù nel commento finale: «E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?».

Vi è dunque una sorta di trittico intorno a cui ruota il vangelo odierno: la preghiera, la richiesta di giustizia, l’insistenza.

Ciò che, dunque, il Signore sta dicendo a noi è che la preghiera è un rivolgersi a Dio perché sia fatta giustizia (non ciò che è giusto secondo noi, ma ciò che è giusto secondo la logica evangelica) e che questa istanza di giustizia sia costantemente al centro del nostro cuore.

La preghiera, tuttavia, non va intesa come una richiesta di deresponsabilizzante intervento esterno che magicamente cambi la storia.

La preghiera è l’ambito in cui noi – a tu per tu con Dio – cambiamo noi stessi per conformarci alla sua parola.

Pregare senza stancarsi significa, allora, trasformare noi stessi per diventare noi operatori di giustizia evangelica.

Significa diventare consapevoli di quale ingiustizia (evangelica) preme oggi maggiormente (partendo da una e non da troppe, altrimenti le nostre energie si disperdono); significa, poi, provare a pensare a come io posso diventare operatore / operatrice di giustizia e incessantemente trasformare me stessa/o per diventare giusta/o secondo il vangelo.

Tutto ciò può essere fatto solo in continuo dialogo con la parola di Dio, che illumina le ingiustizie (di sempre), che indica modalità di operare la giustizia e che mostra cosa sia giusto secondo il cuore di Dio.

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