Il brano di vangelo di questa domenica contiene una parabola (quella dell’amministratore disonesto) che termina con un detto di Gesù coerente con la storia narrata: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne».
Questa conclusione, tuttavia, è seguita da un’altra frase di Gesù che pare entrare in contraddizione con quanto appena affermato: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?».
Infine, vi è un’ulteriore affermazione di Gesù che – pur richiamando le medesime tematiche (la ricchezza) – pare non avere un collegamento logico con quanto precede: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
Come spiegare, dunque, questo brano evangelico?
Proprio in questi giorni, mi è capitato di leggere una pagina di Carlo Molari che rende ragione in maniera chiara di situazioni simili:
«All’origine dei Vangeli – su questo i biblisti concordano – ci sono verosimilmente raccolte di detti sparsi, non collegati tra loro, che i discepoli hanno composto. Era tradizione che quando moriva il maestro i discepoli si raccogliessero e ciascuno suggerisse i detti che ricordava e gli insegnamenti che l’avevano maggiormente colpito, per cui nascevano raccolte in cui non c’erano narrazioni, ma solamente descrizioni sintetiche del pensiero che veniva ricordato. Così anche i discepoli di Gesù hanno redatto una raccolta dei suoi detti […] Tutto questo contribuisce a spiegare la struttura di molti testi evangelici composti più per assonanze, cioè per il richiamo delle parole, che non in una successione logica […] Le parole conclusive del detto precedente suggerivano ad altri di collegarsi a queste per proseguire in una direzione a volte analoga, o altre volte anche opposta, a quella di chi li aveva preceduti. Si passa così da un tema a un altro senza una vera e propria concatenazione di pensiero, ma solo di termini, in un insieme di connessioni accidentali anziché in un discorso organico, sentenze su argomenti anche diversi e separati tra loro. Questo è un ulteriore motivo, oltre al fatto che sono nati in diverse comunità, della varietà di questi detti» [Carlo Molari, Il cammino spirituale del cristiano, 324].
Non è pertanto corretto cercare di uniformare il testo.
Non per niente, anche le prime comunità cristiane hanno scelto di mantenere queste diversità poiché il criterio che hanno utilizzato nella scelta del materiale da usare nella composizione dei vangeli è stato quello dell’apostolicità, cioè del fatto che quei detti fossero stati tramandati dagli apostoli.
Il pluralismo nella Chiesa era, dunque, già presente fin dalle origini e ciascuna comunità metteva in risalto qualche aspetto del proprio incontro personale con Gesù.
Tornando al brano di questa domenica, possiamo evidenziare tre elementi riguardo alla ricchezza:
- Essa può essere uno strumento per farsi amici/amiche, soprattutto tra chi è più povero/a, tra chi è in debito; «perché […] essi vi accolgano nelle dimore eterne». Come amava raccontare uno dei miei maestri: “Magari quando morirò, e il Signore dirà ‘Non ti conosco’, ci sarà uno o una che alzerà la mano e dirà ‘Lo conosco io, mi ha aiutato quando avevo bisogno’ e così mi faranno entrare”.
- Vi è una ricchezza disonesta (quella legata ai sistemi economici che l’umanità ha creato nei secoli e che è sempre stata e continua a essere ingiusta) e una ricchezza vera (che riguarda un altro piano dell’esistenza): tuttavia, la fedeltà nella ricchezza disonesta insegna la fedeltà in quella vera.
- Chi si mette nella logica del Dio di Gesù entrerà radicalmente in contrasto con la logica del potere economico (e ne pagherà le conseguenze).
Il secondo elemento è forse quello meno dirompente: è un insegnamento piuttosto legato al buon senso e all’inevitabile compromesso che è necessario attuare con la dinamica economica che caratterizza l’“essere nel mondo”.
Gli altri due sono, invece, più disomogenei rispetto al sentire comune e aprono una breccia nella nostra interiorità e, in particolare, tornano a pungolare la questione sempre aperta del nostro rapporto col denaro, coi poteri economici, con le ingiustizie…