Il brano di vangelo di questa domenica – che è la diretta continuazione di quello della settimana scorsa – inizia con un’annotazione sulla strada che Gesù sta percorrendo per raggiungere Gerusalemme: «Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea».
È lungo questo percorso che incontra dieci lebbrosi.
Le regole riguardanti la lebbra all’interno della legislazione ebraica – come più volte abbiamo ricordato – sono contenute nei capitoli 13 e 14 del libro del Levitico.
In particolare, Lv 13,45-46 dice: «Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dall’accampamento».
È questa la situazione dei nostri dieci e il motivo per cui non si avvicinano a Gesù, ma si fermano «a distanza».
Queste norme avevano lo scopo di proteggere le città dal contagio.
In proposito, è bene precisare che il termine “lebbra” non aveva una connotazione scientifica, ma poteva riferirsi anche ad altri tipi di malattie cutanee.
In ogni caso, la normativa prevedeva anche la riammissione nella società in caso di guarigione.
Lv 14,1ss, infatti, ne indica la procedura: una volta guarita la piaga della lebbra, il lebbroso (ormai risanato) doveva essere esaminato da un sacerdote che poi compiva una serie di riti e decretava il reintegro in comunità.
Gesù, dunque, nel mandare i lebbrosi dai sacerdoti («Andate a presentarvi ai sacerdoti») sta seguendo le indicazioni fornite dalla Torah.
C’è, però, da notare una cosa: Gesù manda dai sacerdoti i dieci lebbrosi che incontra, quand’essi non sono ancora guariti.
Ciò vuol dire che essi, incamminandosi, si fidano della sua parola, cioè danno credito al fatto che lungo il cammino, troveranno la risposta alla loro invocazione («Gesù, maestro, abbi pietà di noi!»).
Questa sorta di “miracolo differito” è molto interessante, perché – più che in altre circostanze – mette in luce la dinamica delle guarigioni (fisiche, ma soprattutto personali e sociali): a chi è toccato nella carne, Gesù dice che quel male non viene da Dio. Dio non vuole il male dei suoi figli e delle sue figlie. E su questo vorrebbe che gli si credesse, gli si desse fiducia. Questo cambio di prospettiva, apre una strada nuova ed è, solo percorrendola, che effettivamente si guarisce.
La guarigione, dunque, non è un atto magico che dall’esterno provoca una modificazione della natura e della storia, ma è accogliere una con-versione nella propria idea di Dio (il male non viene da lui, quindi non è una punizione, quindi io non sono un colpevole), che apre un modo nuovo di attraversare l’esistenza (una strada nuova).
In questo senso si capisce meglio la continuazione della vicenda evangelica.
Una volta purificati – proprio perché tutti hanno creduto alla parola di Gesù che, ancora malati, li inviava dai sacerdoti – nove “ex-lebbrosi” proseguono verso i riti che li riammetteranno in società, mentre uno torna indietro e si getta ai piedi di Gesù per ringraziarlo (eucariston).
La constatazione (amara) di Gesù è che solo uno, peraltro uno straniero, è tornato a ringraziare Dio.
A ben guardare, però, i nove che vanno dai sacerdoti seguono alla lettera l’indicazione di Gesù. Perché, dunque, Gesù ha parole di biasimo per loro («Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?»)?
In fin dei conti, sembra rimanerci male per il fatto stesso che gli hanno ubbidito…
Forse si aspettava che, come il Samaritano, – una volta resisi conto che la fiducia che avevano riposto in lui e nella sua rivelazione di un Dio che non infligge il male, ma vuole che esso sia risanato – si aprissero alla letizia, alla gratitudine, alla festa.
Invece, il loro seguire “alla lettera” le indicazioni di Gesù («Andate a presentarvi ai sacerdoti») rivela che il loro cuore teme ancora Dio: teme che, se non seguiranno tutte le prescrizioni, Dio possa ritirare la sua benevolenza; il loro cuore non si è, dunque, davvero convertito al volto di Dio che Gesù ha fatto loro conoscere e, infatti, vedono la guarigione ancora come una magia (di cui bisogna seguire fino in fondo il protocollo, altrimenti non funziona).
Essi hanno dunque ancora strada da fare per incontrare il Signore per come Egli si è fatto conoscere.
E noi?
A che punto siamo della strada?
Abbiamo ancora paura di Dio, nonostante siamo stati raggiunti e raggiunte dal messaggio evangelico sulla sua identità solo buona? Oppure, lungo la via (della vita) ci siamo ritrovati/e risanate e abbiamo sciolto le riserve nei suoi confronti?