Questa domenica si celebra la festa del Corpus Domini e il vangelo che la liturgia ci propone è tratto dal capitolo 6 di Giovanni.
Il Quarto evangelista – come è noto – non narra l’istituzione dell’eucaristia durante l’ultima cena (che viene “sostituita” dalla narrazione della lavanda dei piedi), ma introduce un lungo discorso – contenuto, appunto, nel capitolo 6 – sul pane disceso dal cielo, il pane vivo.
Gesù attua una identificazione tra sé e questo pane («Io sono il pane vivo, disceso dal cielo»), per poi affermare che «se uno mangia di questo pane vivrà in eterno».
Segue, infine, un’ulteriore identificazione tra il pane, Gesù e la sua carne: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Queste parole suscitano la reazione dei Giudei che – nel classico stile giovanneo – è espressa attraverso la tecnica del fraintendimento: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Questo escamotage letterario serve all’autore per poter ribadire nuovamente la convinzione che vuole trasmettere: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Per comprendere il significato di queste parole è importante ricordare che Giovanni scrive il suo vangelo dopo tutti gli altri evangelisti e, quindi, il suo intento è quello di riflettere su una realtà già presente nella vita delle prime comunità cristiane: la frazione del pane come luogo centrale della memoria di Gesù.
Ciò che Giovanni vuole trasmettere è che – evidentemente – non si deve cadere nel fraintendimento dei Giudei: mangiare il pane disceso dal cielo, il pane vivo che è Gesù, cioè mangiare la sua carne, non va inteso in senso materiale. Piuttosto il significato (per cui poi si userà l’aggettivo “sacramentale”) riguarda la possibilità di una relazione così intima e coinvolgente che può essere espressa nei termini del “dimorare dentro”: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui».
Questa “inabitazione” reciproca implica un “vivere per”: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me».
A noi che non abbiamo conosciuto la carne storica di Gesù, il corpus Domini che ha attraversato le vie della Palestina duemila anni fa, è data la possibilità di accedere a una relazione altrettanto carnalmente decisiva attraverso la sua parola, la memoria del suo donarsi nei segni del pane e del vino e quel corpus Domini che è la comunità cristiana.