Nella domenica delle Palme, come sappiamo bene, si leggono due capitoli relativi alle ultime ore di vita di Gesù, il cosiddetto Passio. È forse una delle narrazioni più note al mondo, anche perché, finalmente, è uno dei rari momenti in cui i cristiani leggono il vangelo di fila e non spezzettato, come capita la maggior parte delle volte.
Si inizia con il tradimento di Giuda, poi il racconto dell’ultima sera nella quale Gesù cena con le sue amiche e i suoi amici; si prosegue con il processo, la condanna e la tortura di Gesù, sino alla crocifissione e alla sua terribile morte, da solo, abbandonato da tutte e tutti (o quasi), deriso e umiliato. Tanto da fargli pronunciare, come ultime parole, “Dio mio perché mi hai abbandonato”. E si chiude con quell’inquietante pietra che sigilla il sepolcro. Chiuso, per sempre…
Ci sono infinite prospettive per analizzare e commentare questa narrazione.
Io però vorrei scegliere un solo aspetto, che ci interpella nel profondo, a maggior ragione in questo difficile momento storico di guerre, violenza, genocidi così vicini a noi: come affrontiamo, nelle nostre vite, il pensiero (o la tragedia) della morte, il tradimento, il rinnegamento, l’abbandono, la perdita di qualsiasi speranza o fiducia?
Alcuni eludono tutto ciò, dicendosi: sì, va bene, ma tanto dopo 3 giorni Gesù risorge, e appare pure alle sue discepole e ai suoi discepoli (come leggeremo nelle prossime domeniche). Quindi, mettiamoci la “sterminata fatica del vivere” dietro le spalle, e non pensiamoci più.
Altri si rassegnano: la vita purtroppo è questo; qualsiasi riflessione è inutile; speriamo di passare indenni in mezzo alle tragedie.
Ma non mi sembra che questi due modi siano rispettosi e coerenti con il racconto evangelico perché o nullificano la passione e morte di Gesù, o la rinchiudono in un orizzonte senza speranza che tuttavia non è quello che emerge da alcune pieghe nascoste del testo.
Solo alcuni nomi… nomi di personaggi di secondo piano (anzi forse di terzo e di quarto…), che però sono lì nel vangelo ad attestare che se la storia di Gesù, la storia dell’umanità e la nostra storia è fatta di morte, tradimento, rinnegamento e abbandono, è anche fatta di riconoscimento: «Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”»).
Di fedeltà: «Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo».
Di custodia e di cura: «Giuseppe di Arimatèa prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia».
Mi soffermo, in modo particolare, su quest’ultimo personaggio. Mi colpisce il suo uscire dal nulla per ritornarvi (niente è raccontato di lui prima di questo episodio, niente è raccontato dopo). In questa “emersione” però c’è tutto il coraggio (quello dato dal bene che si prova per qualcuno e dal dolore della morte, che azzera ogni argine fittizio) e la presa in carico (fisica – togliere il corpo dalla croce, vuol dire portarne il peso – e vitale) del corpo morto del proprio maestro e amico (segreto, fino a un attimo prima).
Questa cura di un corpo morto (che tornerà anche nell’episodio delle donne che vanno al sepolcro per ungerlo) può apparire macabra, ma chi ha perduto una persona che amava (una madre, un marito, un figlio, un amico, un fratello…) credo possa percepire che portata abbia il gesto di Giuseppe.
Un uomo che porta il medesimo nome di quell’altro Giuseppe che aveva fatto da padre a un figlio non suo e che proprio come questo, d’Arimatea, era comparso e sparito dal e nel nulla.
Ancora, non si può non considerare il contesto in cui opera Giuseppe: rischiando la sua stessa vita, venendo allo scoperto quando tutti si nascondono… è il segno dell’amore disperato che fa perdere i confini normali che la convivenza civile abituale ci porta a mettere: gli argini del buon senso, del buon costume, della convenienza, dell’opportunità o meno del nostro mostrarci…
Argini che crollano e si frantumano quando la realtà dura ma vera della vita ci si presenta in tutta la sua radicalità.
Insomma, la liturgia di oggi ci invita a non correre troppo avanti nella lettura (pensando “tanto poi è risorto”), per farci accettare questo inspiegabile, ma imprescindibile intreccio, tra morte e speranza, tra amore disperato e gesti di cura, senza fuggire verso facili soluzioni o crollare nella disperazione.
Sono questi insignificanti (?) personaggi, con i loro insignificanti (?) frammenti di umanità, che mi piacerebbe orientassero la nostra esistenza nel dramma della nostra epoca.
1 commento
Grazie per questo commento sempre originale dove umanità terrena e transcendenza si mescolano in quella che é in fondo l’essenza dell’esistenza.