Questa domenica – la prima di Quaresima – la liturgia ci presenta il brano delle tentazioni nel deserto, nella versione dell’evangelista Matteo; la prima lettura narra il famoso racconto del giardino dell’Eden e la seconda racchiude il celebre passo del capitolo 5 della lettera di san Paolo ai Romani sul rapporto peccato-morte e grazia-giustificazione.
Il campo semantico è piuttosto chiaro: il tentatore – satana (= l’accusatore) – il diavolo (= il divisore) – il serpente – il peccato – la morte – la trasgressione – la caduta – il giudizio – la condanna – la disobbedienza; ma anche: lo Spirito – Dio – gli angeli (= annunciatori) – la vita – il germogliare – la grazia – il dono – l’abbondanza – la giustificazione – l’obbedienza.
Potremmo sintetizzare questa vasta gamma di termini in quattro poli: Dio, l’essere umano, la tentazione, la scelta (con le sue conseguenze).
È una schematizzazione che spiega efficacemente tante situazioni in cui ci siamo trovati/e.
Se proviamo a ricordarne qualcuna emergerà, però, un dato interessante: tra le situazioni in cui ci siamo sentiti/e tentati/e e nelle quali abbiamo dovuto scegliere, ci tornano alla mente per lo più episodi legati a questioni morali.
Invece nelle letture odierne, la questione non è immediatamente etica, ma teologica.
Le scelte che i vari personaggi sono chiamati a fare non riguardano in maniera precipua la bontà o meno delle azioni che vorrebbero/potrebbero fare, ma l’idea di Dio che hanno, che li porta in una direzione o in un’altra.
Sottolineo questo aspetto perché spesso si rischia un appiattimento dei temi etici su se stessi, dimenticando che, dal punto di vista biblico, la morale si fonda sulla teologia: cioè noi ci comportiamo in un determinato modo perché abbiamo una certa idea di Dio.
La questione ruota tutta intorno a chi crediamo che Dio sia.
Ciò è già ben visibile nella prima lettura, in particolare nel dialogo tra il serpente e la donna: «Il serpente […] disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: ‘Non dovete mangiare di alcun albero del giardino’?”. Rispose […]: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: ‘Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete’”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”».
Ciò che il serpente adduce è che Dio menta (cioè non sia affidabile, non sia credibile) e lo faccia per interesse (cioè a vantaggio di se stesso, contro gli esseri umani). È questa idea di Dio che porta la donna e l’uomo a trasgredire all’indicazione di Dio. Il punto focale non è immediatamente la disobbedienza, ma ciò che l’ha originata, cioè l’aver dato credito che Dio fosse ambiguo, doppiogiochista, ingannatore.
La medesima dinamica è in atto anche nel vangelo, anche se ci è mostrata in maniera capovolta.
Se guardiamo, infatti, alle provocazioni del tentatore, Dio non compare mai; Egli è invece sempre presente nelle risposte di Gesù («Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”»; «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”»; «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”»).
Gesù vince le tentazioni perché mantiene ben salda dentro se stesso l’idea di Dio in cui crede: non si fa confondere su quale sia il volto di Dio dalle insinuazioni del tentatore.
Questa è un’ottima indicazione anche per noi: qual è il volto di Dio in cui crediamo? Sulla base di che cosa pensiamo che Dio sia così come crediamo che sia? Cosa ci confonde circa il suo volto? Forse il dubbio che Dio non sia davvero dalla nostra parte (come nel brano di Genesi)? O forse l’averlo ridotto a nostra immagine e somiglianza (come nelle tentazioni di Gesù)?
Su quest’ultimo aspetto, ancora un’annotazione: le prime due tentazioni cui è sottoposto Gesù nella versione di Matteo riguardano l’identità del tentato: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane»; «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».
Dio – come dicevamo – non c’è: è solo evocato nella locuzione “Se tu sei Figlio di Dio”. È come se il tentatore volesse formulare un’equivalenza, senza però esplicitarla (per non essere troppo smaccato): se un figlio di Dio trasforma le pietre in pane o si butta giù dal punto più alto del tempio è perché suo padre, “Dio”, interviene magicamente a dargli da mangiare quando ha fame e a salvarlo quando si sta per sfracellare. E perché allora non lo fa abitualmente con gli altri suoi figli e le altre sue figlie? Forse perché di loro non gli interessa, o gli interessa meno.
Ecco la tentazione teologica!
Meglio mascherata rispetto a Genesi (d’altra parte ormai, l’affondo fatto in Eden lo conoscevano tutti/e, bisognava diventare più sofisticati…), ma, proprio per questo, più subdola.
Nell’ultima tentazione addirittura non compare più nemmeno la locuzione “Figlio di Dio”: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai».
L’ultimo affondo non punta più a inquinare il volto di Dio, ma a sostituirlo nel nostro cuore con un altro “signore”, un’altra “signoria”, attraverso la promessa del possesso delle cose.
La domanda che mi viene da porre è quanto l’umanità sia riuscita a fronteggiare – come Gesù – queste distorsioni o, addirittura, eliminazioni del volto di Dio dal proprio cuore.
Negli ultimi tempi molti utilizzano la parola “Dio” per fini propagandistici: ma di che Dio parlano? Di quello di Gesù o di quello del tentatore?