II Domenica di Pasqua (commento)

La settimana scorsa, di fronte alla scoperta del sepolcro vuoto, è iniziato il percorso della comunità cristiana (di ieri e di oggi) verso la fede nella risurrezione.

In questa seconda domenica di Pasqua, facciamo dunque il secondo passo, accompagnati/e dal vangelo di Giovanni che ci narra la ricostruzione teologica di ciò che è avvenuto la sera stessa di Pasqua e, poi, la domenica successiva.

Non si tratta di un racconto cronachistico, ma di una rielaborazione teologica che vuole mostrare a chi legge quali sono stati i primi passi della Chiesa nel percorso che l’ha portata alla fede in Gesù risorto.

Potremmo sintetizzare così i passaggi fondamentali:

1- La presenza viva di Gesù dopo la sua morte, caratterizzata da parole di pace e perdono;

2- La modalità nuova di questa sua presenza, in Spirito;

3- L’incredulità degli assenti;

4- La possibilità di accesso alla fede anche per gli assenti, grazie alla testimonianza (in particolare a quella evangelica).

Innanzitutto, il vangelo odierno si apre descrivendo una situazione esistenziale che ben caratterizza gli esseri umani: porte chiuse, timore…

In effetti, se non fossimo (stati/state) raggiunti/e da un “oltre”, da una possibilità “altra” rispetto al nostro orizzonte, la condizione umana resterebbe chiusa in se stessa e per questo spaventata da tutto ciò che può minacciarla.

Ma – ci dice il vangelo – l’“oltre” sopraggiunge: «Mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo».

La presa di coscienza di questa ulteriorità (la consapevolezza di non essere noi l’origine di noi stessi/e, il nostro dipendere da una forza della vita che ci precede, investe e supera) è il primo passo per accedere alla nostra dimensione spirituale – come bene ha messo il luce Carlo Molari nei suoi studi e scritti – e ci apre alla possibilità dell’accoglienza di questo “oltre”.

Esso – secondo il vangelo – si caratterizza per un presentarsi all’insegna della pace e del perdono: «Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”».

Le parole di Gesù sono tanto più significative quanto più si fa memoria di cosa era avvenuto l’ultima volta che era con i suoi: Giuda lo aveva tradito, Pietro aveva negato per tre volte di essere suo discepolo («Non lo sono!») e gli altri lo avevano tutti abbandonato, tranne le donne e (nella versione di Giovanni) il discepolo amato.

Ciononostante il farsi presente di Gesù conferma il suo modo di essere di sempre («Pace a voi!») e riapre il futuro: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

L’“oltre” che entra nella nostra vita, chiama ad andare “oltre”, invia, manda, ma non in maniera generica, bensì indicando una direzione chiara: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Chi accoglie l’“oltre”, chi si apre alla dimensione spirituale (in Spirito), ne viene plasmato: è una conformazione allo spirito di Gesù, allo spirito di Dio che è amore, perdono.

Chi, dunque, accoglie questa ulteriorità è mandato a perdonare, a portare la pace, ad aggiungere il bene che manca là dove ce n’è bisogno.

Tuttavia chi non è presente si scontra con l’incredulità: «Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”».

Tommaso siamo noi: gli assenti e le assenti rispetto a questo primo passo sorgivo verso la fede nella risurrezione.

Il vangelo costruisce questa parte dell’episodio proprio pensando a noi (a tutti gli assenti e a tutte le assenti della storia): anche per noi è possibile fare quel primo passo; riconoscere presente un “oltre” e accoglierlo.

Come?

Attraverso l’attestazione scritta di quegli eventi (cioè attraverso il vangelo) che non vuole essere solo il racconto di come hanno avuto accesso alla fede nella risurrezione i discepoli e le discepole presenti in quel luogo, in quel tempo, ma vuole essere – proprio attraverso quel racconto – l’indicazione del percorso che noi, a nostra volta, possiamo intraprendere: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».

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