Quest’anno la festa di tutti i santi, 1° novembre, cade di domenica e così la liturgia della 31a domenica del tempo ordinario viene sostituita da quella di questa solennità che, come testo evangelico, prevede le beatitudini secondo l’evangelista Matteo.
Dopo essere stati per diverse settimane ormai a Gerusalemme, veniamo riportati al ministero di Gesù in Galilea: agli inizi della sua missione.
Questo “salto all’indietro” ci permette, tuttavia, di comprendere meglio l’avvio della predicazione di Gesù (alla luce del suo esito) e il suo esito (alla luce dell’avvio della predicazione).
La scelta di Matteo di raccogliere una serie di parole pronunciate da Gesù in un unico discorso (il primo dei 5 che troviamo nel suo vangelo) e di farglielo pronunciare «sul monte» indica come la pretesa di Gesù di fronte al popolo ebraico fosse quella di presentarsi come il nuovo Mosè.
Come quest’ultimo ha ricevuto i 10 comandamenti «sul monte», così «sul monte» Gesù proclama lo statuto della sua proposta che – come abbiamo sentito la settimana scorsa – trova la sua sintesi nel grande e primo comandamento: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”» e nel «secondo […] simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”».
L’insistenza che abbiamo visto da parte dell’élite religiosa ebraica nel tentare di cogliere in fallo Gesù, di metterlo in difficoltà, di chiuderlo in un angolo diventa più comprensibile alla luce della sua pretesa di voler essere il nuovo Mosè; di voler, cioè, instaurare una nuova alleanza.
D’altra parte – come accennato – non solo gli inizi ci spiegano meglio l’esito della vicenda di Gesù, ma è altrettanto vero il contrario: l’approdo al “grande comandamento” illumina anche il senso del discorso inaugurale e, in particolare, di quelle beatitudini che sentiamo oggi risuonare in chiesa.
Potremmo dire, infatti, che le beatitudini dichiarano “beati” [scusate il gioco di parole] coloro che hanno vissuto il grande comandamento: coloro che hanno amato Dio con tutta la loro anima e con tutta la loro mente e hanno amato il prossimo come se stessi.
I poveri in spirito, coloro che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia sono persone che hanno amato – non solo in senso sentimentale o platonico, ma mettendosi in gioco, compromettendosi con e per gli altri, le altre.
Ecco perché di essi è il regno dei cieli, perché saranno consolati, avranno in eredità la terra, saranno saziati, troveranno misericordia, vedranno Dio, saranno chiamati figli di Dio: perché la loro vita sarà stata piena di amore scambiato; sofferto, magari – anzi, certamente sofferto (come è ogni amore per Dio e per il prossimo), tortuoso, forse anche fallito, eppure agito.
Agire l’amore trasforma: trasforma noi e trasforma il mondo.
Ecco perché anche se viene sbeffeggiato, insultato, mortificato, dal cinismo, dall’opportunismo, dall’egoismo, l’amore va agito ancora e ancora e ancora: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» e sulla terra.