XV Domenica del tempo ordinario (commento)

Il brano di vangelo di questa domenica è tratto dal capitolo 13 di Matteo.

Dopo la sezione narrativa dei capitoli 11-12, di cui abbiamo letto un passaggio la settimana scorsa, il capitolo 13 è costituito dal cosiddetto “discorso parabolico”, inaugurato, nei versetti 1-3a, da questa introduzione: «Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole».

La prima parabola raccontata in questo discorso è quella del «seminatore [che] uscì a seminare [e,] mentre seminava, una parte cadde lungo la strada […], un’altra parte cadde sul terreno sassoso […], un’altra parte cadde sui rovi».

La parabola – come sappiamo – è quel genere letterario che prevede la narrazione di un storia fittizia per trasmettere uno o più messaggi su un piano metanarrativo (cioè che va/vanno oltre la vicenda raccontata).

In particolare, la parabola è costituita da un incipit ordinario («Un seminatore uscì a seminare»), che non suscita negli ascoltatori e nelle ascoltatrici grande stupore.

Apparentemente il narratore parla delle cose di tutti giorni: probabilmente anche il modo di buttare il seme un po’ ovunque era una tecnica piuttosto usuale nella Palestina dei tempi di Gesù, pertanto – fino a questo punto – chi ascolta non sussulta interiormente, ma aspetta di capire dove vada a parare la storia.

La point della parabola – il momento che risveglia l’attenzione di chi ascolta e che lo porta ad attivare il pensiero – arriva quando Gesù dice: «Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Questa affermazione, infatti, fa sussultare i presenti e le presenti che ben sapevano quanto «il cento, il sessanta, il trenta per uno» fossero rese impensabili per un seme.

Ecco allora che sorge la domanda: “Ma di che seme starà mai parlando?”.

Evidentemente non si tratta di un seme in senso materiale, ma di qualcosa che può essere assimilato al seme – per esempio nel suo essere seminato, cioè sparso perché porti frutto –, e che però – a differenza dei semi intesi in senso letterale – ha una capacità di resa straordinaria.

Come suggerisce la spiegazione della parabola che viene inserita nei versetti successivi, il seme è figura della «parola del Regno».

La parola del Regno è come un seme che viene sparso dappertutto perché cresca. Come è naturale, spesso incontra terreni inadatti alla sua crescita, ma ad un certo punto incontra il terreno buono, dove ha una resa inaudita.

Rispetto a questo racconto, vorrei soffermarmi soprattutto su un aspetto, e cioè il fatto che spesso attirino più la nostra attenzione i terreni infruttuosi rispetto a quello buono.

Sia che nella nostra testa associamo i diversi terreni ai tipi di persone (per cui ci sono persone in cui la parola di Dio non ha portato frutto) o ai molteplici aspetti che ci caratterizzano (per cui la parola di Dio non ha portato frutto su alcuni terreni della nostra interiorità), l’esito è concentrarsi sul fallimento e sul rammarico: “Ah, se tutte le persone fossero un terreno buono, come sarebbe diverso il mondo…”; “Ah, se mi lasciassi davvero permeare dalla parola di Dio, che persona migliore sarei…”.

L’ascolto o la lettura della parabola ha come esito un mix di rivendicazione sprezzante nei confronti degli altri e delle altre (che non fanno fruttificare il seme) e di autocolpevolizzazione commiserante (per non riuscire a far fruttificare il seme in se stessi/e).

Sapendo che “vangelo” significa “buona notizia” non mi pare che l’esito prodotto dalla lettura/ascolto sia andato a buon fine.

Il punto centrale della parabola non è, infatti, il fallimento del seme in molti terreni (questo – lo abbiamo detto – non stupiva nessuno); la svolta si ha con la resa straordinaria del terreno buono.

Ciò che Gesù sta dicendo è che l’annuncio del Regno è potente come quel seme, cioè è in grado di una resa straordinaria.

Non importa trasformarci tutti/tutte interamente in terreno buono: ognuno/a di noi avrà in sé parti non dissodate, aride, piene di rovi, ecc…

Ciò che importa è custodire una porzione di terreno buono e lasciare che il seme della parola vi sia seminato, perché a quel punto chiunque (anche noi!) potremo fiorire (e ri-fiorire) a dismisura.

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