Il vangelo di questa domenica è molto noto, se non altro per le espressioni celebri che contiene, come “Va’ dietro a me, Satana!” e “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Tuttavia è un testo complesso che – sebbene molto conosciuto – merita di essere indagato con attenzione.
Innanzitutto, una buona domanda di partenza potrebbe essere questa: leggendo la prima parte del brano, quale atteggiamento istintivo viene nei confronti di Pietro? Immedesimazione o biasimo?
Cioè, nel vedere Pietro che prende in disparte Gesù, dopo che quest’ultimo ha annunciato la sua passione morte e risurrezione, per dirgli «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai», che cosa proviamo?
“Tifiamo” per Pietro e speriamo che le cose vadano come lui si augura o – influenzati/e dal fatto di conoscere già il prosieguo – lo riteniamo degno di disapprovazione?
Per quanto mi riguarda, devo ammettere che istintivamente – proprio perché so che la reazione di Gesù sarà quella di dirgli «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» – la mia disposizione d’animo è quella della critica nei confronti di Pietro.
Un po’ il solito atteggiamento supponente di noi che siamo venuti/e dopo e che guardiamo con una certa sufficienza la reiterata inadeguatezza dei discepoli nei vari passi del vangelo…
Se però proviamo ad andare al di là della reazione immediata e a toglierci di dosso quell’aria saputa di chi ha “il senno del poi”, non possiamo negare che la reazione di Pietro sia tutt’altro che da biasimare.
Pietro – al solo sentir dire che il suo amato Gesù «doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» – non ne vuol sapere.
Se una persona a noi cara ci dicesse le cose che Gesù ha detto a Pietro, noi reagiremmo esattamente come lui.
Questa acquisizione di consapevolezza è importante, perché non riuscire a immedesimarsi in Pietro significa neutralizzare la risposta di Gesù, il quale vuole dire (anche) a noi «Tu […] non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Questa, infatti, è la verità: noi non pensiamo secondo Dio, ma secondo gli uomini.
Per evitare di sentircelo dire, mettiamo istintivamente in atto il meccanismo di disapprovare Pietro e metterci baldanzosi al fianco di Gesù, come se, qualora avesse detto a noi quello che aveva appena detto ai suoi discepoli, saremmo stati pronti a capirlo, a sostenerlo, ad affiancarlo…
Ma la verità è un’altra: Pietro è l’archetipo di ciascuno/a di noi; noi non pensiamo secondo Dio, ma secondo gli uomini.
Serve, per prima cosa, che ce ne rendiamo conto.
Se poi – una volta che ne abbiamo coscienza – vogliamo anche provare a cambiare il nostro modo di pensare (e provare a pensare non più secondo gli uomini, ma secondo Dio) dobbiamo intraprendere un percorso di conversione, cioè, appunto, di cambiamento di pensiero.
E come?
Rinnegando noi stessi… cioè rinnegando l’atavico istinto egoistico di salvare noi stessi/e e i nostri / le nostre a scapito degli altri e delle altre.
Prendendo la croce… cioè facendo della disponibilità a rimetterci in prima persona – purché il mondo diventi migliore – la logica della nostra vita.
Seguendo Gesù… cioè ritornando sempre e nuovamente e ancora una volta alla sua scuola, cioè alla scuola dell’amore, di che cos’è l’amore, di come si fa ad amare e di come si vive (e si muore) amando.