Dopo che la settimana scorsa, abbiamo letto al capitolo 16 il primo annuncio della passione di Gesù e ciò che ne è conseguito, la liturgia oggi ci fa “saltare” al capitolo 18 che presenta il cosiddetto “Discorso ecclesiale”.
In particolare, il brano odierno riguarda il tema della correzione fraterna nell’ambito della comunità.
Si tratta di un argomento delicato, perché tutti/e noi ci troviamo spesso in difficoltà nella gestione dei conflitti e in particolare in quelle situazione in cui qualcuno/a commette una colpa contro di noi.
Come fare?
Prima di analizzare il testo del vangelo, qualche precisazione preliminare.
Innanzitutto, si sta parlando della correzione fraterna nell’ambito della comunità cristiana; quindi, non di una qualsiasi persona che commette una colpa contro di noi, ma di quella persona che commette una colpa contro di noi facendo parte della nostra stessa comunità.
In secondo luogo, dato che oggi il senso della comunità cristiana è solitamente molto diverso da quello dei tempi apostolici, è necessario provare a calarsi nella concezione di “rapporti fraterni” così come la intendevano allora; in questo modo è possibile comprendere il contesto all’interno del quale vengono date determinate indicazioni e, dunque, il loro senso.
Forse oggi, al netto delle diversissime situazioni che le persone vivono (a partire dall’età, dagli ambienti frequentati, ecc…), il parallelismo più consono con le relazioni fraterne così come le intendevano le prime comunità cristiane potrebbe essere quello delle relazioni con la cerchia ristretta di coloro che sentiamo “nostri” (che siano parenti, amici/amiche, sodali…).
Ecco, il punto diventa: come comportarsi se qualcuno/a di queste persone della nostra cerchia più ristretta commette una colpa contro di noi?
Tenendo presente che per le prime comunità cristiane – oltre al legame intenso che anche noi possiamo avere con le persone che ci sono più vicine – vi era anche la condivisione del progetto evangelico della costruzione del Regno, della fede in Gesù e nel Dio da lui rivelato, per di più in un contesto di ostilità e persecuzione in cui si era una netta minoranza.
Ebbene, che fare, in queste condizioni, con queste persone, con questo investimento progettuale vitale, se qualcuno/a commette una colpa contro di me?
Innanzitutto, affrontarlo a tu per tu: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo».
Sembra un’ovvietà: “Parlagli”, “Parlale”.
Quante volte abbiamo dato o ricevuto questo consiglio?
Eppure… quanto è stato difficile seguirlo?
Quando qualcuno/a commette una colpa contro di noi, si scatenano tutta una serie di reazioni emotive – primarie (rabbia, paura, disgusto, tristezza) e secondarie (delusione, desiderio di vendetta, volontà di fargliela pagare, ecc…) – che rischiano di farci perdere lucidità.
Come se non bastasse, a tutto questo turbinio interiore, si accompagna anche la questione della propria “immagine pubblica”: cosa dirà la gente? Come faccio a far capire a tutto il mondo che ho ragione io? Che io sono la vittima?
Tutto questo marasma che ci smuove le viscere non va censurato in nome del vangelo.
Il punto non è non provare queste emozioni e non avere queste reazioni. Negarle, vergognarsene, impedirsi di ammetterle non aiuta a fare verità; anzi scatena ulteriori meccanismi di occultamento.
Quel marasma va, invece, accolto, integrato e “dominato”: dobbiamo cioè arrivare a essere noi coloro che dirigono le proprie emozioni e i propri pensieri e non a essere da loro diretti/e.
Solo così potremo scegliere che farne di tutto quel che si è scatenato in noi.
Gesù suggerisce una via: una scelta possibile è quella di orientare evangelicamente anche queste situazioni, guardando in faccia l’altra persona (cioè continuando a riconoscerla come persona), parlandogli, parlandole, provando a tornare insieme a quel terreno comune che aveva costruito la relazione.
«Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello».
Spesso noi siamo così sicuri/e che “non ascolterà”, che nemmeno ci proviamo e nella lettura del vangelo corriamo avanti: «Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone […] Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità…».
Invece bisogna fermarsi a quel «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello», perché è una delle cose più belle che possano succedere.
E, in realtà, succede continuamente, quotidianamente, con tutte le persone amate: è un continuo ferirsi, non comprendersi, subire e commettere colpe… per poi cambiare toni, inventarsi una strada per far tornare a sorridere l’altro/a, riaggiustare il tiro… a tu per tu.
Questo meccanismo di “ricostruzione” che abitualmente mettiamo in atto con le persone vicine, dovrebbe farci rendere conto che ne siamo capaci, che quel percorso interiore sappiamo percorrerlo e allora è come se avessimo dentro una matrice che – se ricostruisce certe relazioni – può ricostruire anche le altre, dal micro al macro.