Questa domenica inizia l’avvento e, con esso, il nuovo anno liturgico.
Come di consuetudine il brano di vangelo – tratto dall’evangelista che ci accompagnerà per questo anno A, Matteo – è uno stralcio del discorso escatologico.
Avevamo già incontrato questo tipo di genere letterario due settimane fa, quando avevamo ascoltato un altro estratto di Luca.
Mentre in quell’occasione avevamo ascoltato l’avvio del discorso escatologico, oggi ne sentiamo la parte finale.
Per orientarci, possiamo sintetizzare lo svolgimento dei discorsi escatologici dei sinottici in questo modo: l’incipit è occasionato dall’osservazione del tempio («Gli si avvicinarono i suoi discepoli per fagli osservare le costruzioni del tempio», Mt 24,1), cui Gesù reagisce con una laconica considerazione («Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta», Mt 24,2); alla successiva richiesta del gruppo di esplicitare «quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della […] fine del mondo» e della venuta del Cristo, Gesù risponde con un lungo discorso, la cui prima parte è quella che abbiamo sentito nella 33a domenica del tempo ordinario nella versione di Luca («Badate di non lasciarvi ingannare…», Lc 21,8ss) e che ritroviamo anche in Matteo («Badate che nessuno vi inganni…», Mt 24,4ss).
A questa prima parte, segue l’annuncio della distruzione di Gerusalemme (già accaduta quando vengono scritti i vangeli di Matteo e Luca), dopo la quale si trova la sezione che parla della venuta del figlio dell’uomo, preannunciata da segni negli astri («il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce…», Mt 24,29ss). Quest’ultima è un’immagine classica dei testi profetico-apocalittici (cfr. Is 13,10; 34,3).
A questo punto, Matteo – a differenza di Luca – introduce l’analogia con quanto accaduto al tempo di Noè.
È il brano di vangelo di questa domenica, in cui l’accento è posto sulla generale inconsapevolezza degli esseri umani su quanto stava per accadere: «Come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo».
Lo scopo del discorso di Gesù e del discorso escatologico riportato dai sinottici è, dunque, quello di intervenire su questa inconsapevolezza.
Ciò di cui dobbiamo diventare consapevoli è il fatto che la storia non è un fluire insensato in cui ogni generazione si succede all’altra in maniera sempre uguale («mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito»), ma è lo spazio di un avvento, di un venire, di un essere raggiunti e raggiunte dal Figlio dell’uomo.
Da qui, l’ultima sezione del discorso, quella che si focalizza sull’importanza del vegliare, cioè dell’essere vigili, svegli.
La nostra vita non è un ripetersi stanco di attività e situazioni che già miliardi di altre persone hanno vissuto («mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito»), ma come per ciascuna di quelle persone, anche per noi, è l’occasione per l’incontro col Signore.
La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è: in cosa consiste questo vegliare?
Sinteticamente, a me pare che si possa dire che consiste nel tenerci aperti alla relazione col Signore; non dimenticarla, non darla per scontata, non farla passare in secondo piano.
Tutto ciò si concretizza nel mantenere una tensione affettiva e cognitiva verso la sua parola, il suo messaggio, la trasformazione di noi stessi e noi stesse per arrivare a somigliargli sempre più.