In questa terza domenica del tempo ordinario, iniziamo a leggere l’avvio della missione di Gesù.
L’evangelista Matteo – che ci guiderà lungo questo anno liturgico – dopo i primi due capitoli in cui narra l’infanzia di Gesù e dopo il cosiddetto “trittico sinottico” (predicazione del Battista, battesimo al Giordano e tentazioni nel deserto), inaugura il racconto della vita pubblica di Gesù proprio con il brano odierno: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali».
La prima indicazione è, dunque, geografica.
Dal sud della Palestina (cioè dalla Giudea, dove c’è Gerusalemme), Gesù risale al nord, in Galilea, dove c’è Nazareth, il paese in cui era cresciuto.
Tuttavia non torna al suo villaggio, a casa sua, ma va ad abitare a Cafàrnao, che si trova sulle rive del lago di Tiberiade, conosciuto anche come lago di Genezaret, o Mare di Galilea.
Cafàrnao, infatti, è una città di pescatori.
Come ci ricorda Matteo, questo territorio al tempo della presa di possesso della terra promessa, dopo la fuga dall’Egitto e i quarant’anni nel deserto, era stata destinata alle tribù di Zàbulon e di Nèftali.
Questi territori nel X sec. a.C. insieme alle altre tribù stanziate nella zona centro-settentrionale della Palestina erano confluite nel cosiddetto Regno di Israele (o Regno del Nord), con capitale Samaria, dopo la divisione con il Regno di Giuda (o Regno del Sud), con capitale Gerusalemme.
Come è facile immaginare, il già piccolo Regno di Israele, diviso in due ancor più piccoli regni, divenne presto preda dei grandi imperi che in quei secoli si susseguirono nella zona mediorientale.
In particolare i territori di Zàbulon e di Nèftali furono tra i primi a cadere nelle mani degli Assiri nell’VIII sec. a.C.
È a questi avvenimenti (cfr. 2Re 15,29) che fa riferimento la profezia di Isaia: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Le parole del profeta facevano riferimento alla speranza della fine della soggiogazione di quelle terre. L’evangelista – con un metodo usuale per il Nuovo Testamento – reinterpreta le parole del profeta, attribuendole a Gesù: è lui la luce che è sorta per quei territori che abitavano nelle tenebre.
In effetti, quelle zone della Palestina erano oggetto di una considerazione negativa da parte dei Giudei. Come ricorda Paolo Curtaz in una sua riflessione del 2015, quello era «un luogo di meticci, di contaminazione, anche religiosa, guardato con disprezzo dai puri di Gerusalemme. All’epoca di Gesù dare del galileo ad una persona era un insulto!».
Matteo, allora, che – non va dimenticato – scrive a una comunità cristiana proveniente dal giudaismo, con questa annotazione profetica, delinea già le modalità di azione di Gesù: Egli parte dalle periferie, non dal centro; va da coloro che sono considerati lontani dall’ortodossia, non da chi si sente giusto nel recinto del Tempio; va da quelli di cui si pensa male, non da quelli di cui si pensa bene.
E va portando un annuncio di speranza, non minacce o rimproveri: «Il regno dei cieli è vicino».
Per questo è possibile convertirsi, cioè cambiare orizzonte di senso, pensiero, convinzione… e quindi prassi.
Venire a sapere e, poi, credere che Dio è vicino e non contro, fa davvero cambiare mentalità (verso di lui, verso se stessi/e, verso le altre persone e il mondo).
È quello che deve essere successo ai primi quattro compagni di Gesù, che “sulla via del mare” incontrano qualcuno che “illumina le tenebre”.
E cambiano.
Cambiano mentalità, obiettivi, luoghi, speranze, priorità…
Cambiano vita.