III Domenica di Quaresima (commento)

Il vangelo di questa terza domenica di Quaresima ci presenta il celebre dialogo tra Gesù e la Samaritana, narrato dall’evangelista Giovanni.

Per comprendere il significato profondo di quanto avviene al pozzo di Giacobbe, nella città di Sicar, in Samaria, è importante ricordare cosa evocava questo luogo.

L’incontro al pozzo nell’Antico Testamento era una “scena tipo” di corteggiamento e fidanzamento: al pozzo il servo di Abramo aveva trovato Rebecca, che diventerà la moglie di Isacco (Gn 24); al pozzo Giacobbe aveva incontrato Rachele (Gn 29); al pozzo Mosè aveva incontrato Zippora (Es 2); ecc…

Al pozzo Gesù incontra la Samaritana.

Noi sappiamo che quest’ultima non diventerà la moglie di Gesù, ma per chi ascoltava la storia per la prima volta e – soprattutto – per il personaggio che la vive in prima persona (la Samaritana stessa) le cose stanno diversamente.

E – infatti – vedremo che, nel testo, è all’opera un fraintendimento che si trascina per gran parte del dialogo tra i due.

Noi – che conosciamo già la storia – possiamo intuire che chi l’ha scritta, lo ha fatto proprio con lo scopo di utilizzare una “scena tipo” e cambiargli il finale: non un matrimonio tra i protagonisti dell’incontro al pozzo, ma la nascita di un rapporto di fede.

L’evangelista cioè sta usando la tecnica narrativa dell’uso parodistico di una scena tipo [cfr. Roberto Vignolo, Personaggi del Quarto Vangelo].

Ma – come anticipato – la Samaritana non sa tutto questo.

Mettiamoci, allora, nei suoi panni.

Arriviamo al pozzo e un uomo straniero ci chiede da bere. Siamo solo noi e lui.

Lui è stanco, ha sete e noi abbiamo la brocca per attinger acqua dal pozzo.

Potremmo dargli da bere e andarcene, ma ci sorge una domanda: “Cosa vuole davvero da noi quest’uomo?”.

Il pozzo evoca il luogo dei corteggiamenti. Lui è un uomo straniero, noi siamo una donna del posto.

Ecco dunque la domanda: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?».

La risposta è sorprendente: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Cosa intende dire?

Noi lettori sappiamo che è un primo passo di rivelazione di Gesù. Noi sappiamo che l’intento del suo dialogare con la Samaritana è quello di rivelarsi.

Ma – di nuovo –, dal punto di vista della donna, la risposta è ambigua.

L’acqua nell’Antico Testamento – oltre al valore realistico di acqua da bere – aveva anche un significato simbolico-erotico: è simbolo di fecondità. Anche l’espressione “dono di Dio” potrebbe alludere al dono di figli.

È comprensibile, quindi, che la Samaritana continui a pensare che quell’uomo straniero, in realtà, non stia chiedendo della semplice acqua per dissetarsi, ma che si stia allusivamente proponendo per un rapporto amoroso.

Ecco, dunque, la risposta sarcastica – «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?» – che potremmo parafrasare con “Chi ti credi di essere?”.

All’ironia della donna si sovrappone però l’ironia del narratore, il quale fa dire alla donna – in tono canzonatorio – proprio la verità su Gesù: è davvero più grande di Giacobbe! Ma lei non lo sa e lo prende in giro.

Gesù allora le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna»

L’equivoco non è sciolto. La “vita eterna” potrebbe infatti significare una figliolanza che dura nel tempo; come se Gesù alludesse alla possibilità di dare alla donna una generazione, una stirpe.

Tuttavia, anche se l’equivoco non è caduto, è caduta la diffidenza della donna che, attratta dall’appetibilità della proposta di Gesù, gli dice: «Signore […] dammi quest’acqua».

La domanda successiva di Gesù lascia intendere che lui ha capito benissimo qual è il fraintendimento della donna: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui».

A questo punto l’ambiguità cade e si passa al piano della realtà: «Io non ho marito».

È una risposta onesta, anche se incompleta. Non ha marito una donna nubile. Non ha marito una donna vedova. Ma lei non è né nubile, né vedova.

Perché la Samaritana risponde così?

Vuole mantenere ancora l’ambiguità per capire le vere intenzioni di Gesù?

Oppure vuole troncare il discorso, dato che è caduto su un tema di cui non vuole parlare?

La risposta di Gesù la sorprende nuovamente: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».

Lui sapeva fin dall’inizio la sua situazione, quindi l’equivoco dell’incontro amoroso era solo nella testa di lei…

Eppure non vi è giudizio nelle parole di Gesù. Anzi, si aprono e si chiudono con un apprezzamento («Hai detto bene»; «Hai detto il vero»).

L’intenzione di Gesù non era dunque quella di avere un rapporto amoroso con lei (ora lo sa anche la Samaritana!), ma quella di far cadere la sua maschera e permetterle di riconoscersi conosciuta.

Questo è quello che avviene nei dialoghi col Signore!

Solo su questo piano di autenticità, infatti, anche lei (anche noi) è pronta a riconoscerlo: «Signore, vedo che tu sei un profeta!».

Grazie a questo reciproco riconoscimento, il dialogo può spostarsi su un altro piano: «I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».

Di nuovo la risposta di Gesù è sorprendente, perché non dice “Il luogo è Gerusalemme”, come ci si aspetterebbe da un Giudeo, ma «viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».

Per chi entra in dialogo vero col Signore non ci sarà più un luogo di culto: il “luogo” sarà il nostro spirito, la nostra autentica intimità.

È a questo punto che si arriva al vertice del dialogo.

La donna con il metodo di indagine che le è tipico e che usa per sondare chi è il suo interlocutore (in attesa che sia lui a rivelarsi) dice: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». E Gesù: «Sono io, che parlo con te».

La donna Samaritana è la prima testimone del “Sono io” del vangelo.

Una donna (che Gesù chiama proprio così: «Donna, credimi»), una eterodossa (una Samaritana) è entrata in dialogo con Gesù, ha accolto il “riconoscersi conosciuta” e proprio per questo diventa capace di far sentire Gesù riconosciuto: “Sono io”.

A questo punto arrivano i discepoli e lei va dai Sicariti.

Ma «La partenza della Samaritana è preceduta dal gesto del lasciare al pozzo la sua brocca [è] un gesto di abbandono di più unilaterali preoccupazioni terrene e di funzioni femminili socialmente precostituite, in vista di nuove, più proprie della fede» [ivi, 160].

Questo brano di vangelo assegna un ruolo alla donna che ancora oggi si fa fatica a riconoscerle!

È bello, allora, che questo vangelo cada proprio l’8 marzo, la giornata internazionale della donna.

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