Il brano di vangelo di questa domenica – oltre che molto intenso – riesce a essere insieme immediato e complesso.
Non è facile, quindi, provare a commentarlo.
Innanzitutto, va ricordato che è tratto da Giovanni e in particolare dal lungo discorso che quest’ultimo fa pronunciare a Gesù durante l’ultima cena.
Quel «Non sia turbato il vostro cuore» fa, dunque, certamente un riferimento agli avvenimenti che stanno accadendo (il tradimento di Giuda, l’arresto, i processi, la passione, la morte), ma assume anche un senso che va oltre la contingenza: «Non sia turbato il vostro cuore» è un invito che Gesù rivolge a ciascun essere umano, in qualsiasi momento della storia.
Così come il successivo «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me»: è una postura esistenziale a cui il Signore chiama chi è lì con lui a Gerusalemme e anche noi.
È il cuore della fede: fidarsi di Dio e fidarsi di Gesù.
Quando qualcuno/a chiede la nostra fiducia è necessario chiederci se siamo disposti/e a concedergliela.
E sulla base di che cosa accordiamo la nostra fiducia? Di chi ci fidiamo? E perché ci fidiamo di coloro di cui ci fidiamo?
Io credo che – in fin dei conti – ci fidiamo di chi appare ai nostri occhi affidabile.
Non è un gioco di parole: noi accordiamo la nostra fiducia a chi ci pare avere titoli di credibilità, cioè a chi ci appare credibile.
Certo, a volte sbagliamo, veniamo ingannati/e, ci illudiamo; però è l’unica via che abbiamo.
Questa dinamica peraltro è molto più presente nelle nostre esistenze di quanto spesso ci rendiamo conto: ci fidiamo di chi ci ha voluto e ci vuole bene, di chi, cioè, si è rivelato credibile nell’amarci; ma ci fidiamo anche di chi ha costruito la nostra casa, altrimenti non ci abiteremmo; di chi ha prodotto il pacco di pasta che buttiamo in pentola, altrimenti non la mangeremmo; di chi ci dice di prendere quella medicina, altrimenti non la assumeremmo…
Esercitiamo la nostra fiducia continuamente, quasi inconsapevolmente: la fede è la cifra della nostra vita. Senza di essa, semplicemente, non potremmo vivere.
Eppure, di fronte all’invito di Gesù «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me», il nostro accordare fiducia (così scontato e superficiale in tante vicende della nostra vita) si fa incerto.
Forse che non riteniamo Gesù stesso e il Dio che ci ha rivelato credibili?
O forse è il loro messaggio a sembrar-ci incredibile?
«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore»: è la speranza che la vita non finisca nella tomba a risultarci in-credibile? È la speranza di avere una casa presso Dio?
Il vangelo lascia trapelare che questa nostra fatica è connaturata alla rivelazione: già mentre queste parole venivano pronunciate suscitavano atteggiamenti guardinghi.
È il caso di Tommaso e Filippo (stereotipi di ogni essere umano di fronte all’annuncio di Gesù): «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?»; «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Sono le medesime resistenze che nascono in noi, magari espresse con parole diverse: “Come possiamo credere a qualcosa che non vediamo?”.
Ma, proprio perché già insite nella rivelazione, queste resistenze hanno già – nella rivelazione stessa – una risposta: «Io sono la via, la verità e la vita»; «Chi ha visto me, ha visto il Padre».
Gesù si propone come il parametro su cui valutare il nostro accordargli o meno fiducia: non chiede di credere a dogmi, a dottrine, a profezie, ma chiede di credere a lui, di valutare la sua credibilità.
Chiede di dargli fiducia sulla base di ciò che ha detto e ciò che ha fatto, cioè, sulla base della sua vita.
È stato una persona credibile?
A chi risponde “sì”, si apre la via della fiducia in Dio, in un trovare casa presso di Lui, che produce un agire rinnovato, libero dalla paura della morte e capace di vivere l’amore: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
1 commento
grazie per l’impegno