V Domenica di Pasqua (commento)

Il brano di vangelo di questa domenica – oltre che molto intenso – riesce a essere insieme immediato e complesso.

Non è facile, quindi, provare a commentarlo.

Innanzitutto, va ricordato che è tratto da Giovanni e in particolare dal lungo discorso che quest’ultimo fa pronunciare a Gesù durante l’ultima cena.

Quel «Non sia turbato il vostro cuore» fa, dunque, certamente un riferimento agli avvenimenti che stanno accadendo (il tradimento di Giuda, l’arresto, i processi, la passione, la morte), ma assume anche un senso che va oltre la contingenza: «Non sia turbato il vostro cuore» è un invito che Gesù rivolge a ciascun essere umano, in qualsiasi momento della storia.

Così come il successivo «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me»: è una postura esistenziale a cui il Signore chiama chi è lì con lui a Gerusalemme e anche noi.

È il cuore della fede: fidarsi di Dio e fidarsi di Gesù.

Quando qualcuno/a chiede la nostra fiducia è necessario chiederci se siamo disposti/e a concedergliela.

E sulla base di che cosa accordiamo la nostra fiducia? Di chi ci fidiamo? E perché ci fidiamo di coloro di cui ci fidiamo?

Io credo che – in fin dei conti – ci fidiamo di chi appare ai nostri occhi affidabile.

Non è un gioco di parole: noi accordiamo la nostra fiducia a chi ci pare avere titoli di credibilità, cioè a chi ci appare credibile.

Certo, a volte sbagliamo, veniamo ingannati/e, ci illudiamo; però è l’unica via che abbiamo.

Questa dinamica peraltro è molto più presente nelle nostre esistenze di quanto spesso ci rendiamo conto: ci fidiamo di chi ci ha voluto e ci vuole bene, di chi, cioè, si è rivelato credibile nell’amarci; ma ci fidiamo anche di chi ha costruito la nostra casa, altrimenti non ci abiteremmo; di chi ha prodotto il pacco di pasta che buttiamo in pentola, altrimenti non la mangeremmo; di chi ci dice di prendere quella medicina, altrimenti non la assumeremmo…

Esercitiamo la nostra fiducia continuamente, quasi inconsapevolmente: la fede è la cifra della nostra vita. Senza di essa, semplicemente, non potremmo vivere.

Eppure, di fronte all’invito di Gesù «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me», il nostro accordare fiducia (così scontato e superficiale in tante vicende della nostra vita) si fa incerto.

Forse che non riteniamo Gesù stesso e il Dio che ci ha rivelato credibili?

O forse è il loro messaggio a sembrar-ci incredibile?

«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore»: è la speranza che la vita non finisca nella tomba a risultarci in-credibile? È la speranza di avere una casa presso Dio?

Il vangelo lascia trapelare che questa nostra fatica è connaturata alla rivelazione: già mentre queste parole venivano pronunciate suscitavano atteggiamenti guardinghi.

È il caso di Tommaso e Filippo (stereotipi di ogni essere umano di fronte all’annuncio di Gesù): «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?»; «Signore, mostraci il Padre e ci basta».

Sono le medesime resistenze che nascono in noi, magari espresse con parole diverse: “Come possiamo credere a qualcosa che non vediamo?”.

Ma, proprio perché già insite nella rivelazione, queste resistenze hanno già – nella rivelazione stessa – una risposta: «Io sono la via, la verità e la vita»; «Chi ha visto me, ha visto il Padre».

Gesù si propone come il parametro su cui valutare il nostro accordargli o meno fiducia: non chiede di credere a dogmi, a dottrine, a profezie, ma chiede di credere a lui, di valutare la sua credibilità.

Chiede di dargli fiducia sulla base di ciò che ha detto e ciò che ha fatto, cioè, sulla base della sua vita.

È stato una persona credibile?

A chi risponde “sì”, si apre la via della fiducia in Dio, in un trovare casa presso di Lui, che produce un agire rinnovato, libero dalla paura della morte e capace di vivere l’amore: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

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