VI Domenica del tempo ordinario (commento)

Il vangelo di questa domenica è la diretta prosecuzione di quello della settimana scorsa.

Dopo aver annunciato “Voi siete il sale della terra”, “Voi siete la luce del mondo”, il discorso della montagna prosegue con le parole odierne.

Si tratta di un testo in cui l’evangelista Matteo, che – lo ricordiamo – scrive a una comunità cristiana di origine ebraica, vuole – da un lato – sottolineare la continuità tra Gesù e la Legge e i Profeti, tra il Nuovo e l’Antico Testamento («Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento»); dall’altro vuole mettere in evidenza la novità di Gesù: «Avete inteso che fu detto […] Ma io vi dico».

Dietro all’espressione «Avete inteso che fu detto» vi è un riferimento alle Sacre Scritture. Era lì che “era stato detto agli antichi”: non ucciderai, non commetterai adulterio, non giurerai il falso…

Gesù, dunque, col suo «Ma io vi dico», si sta ponendo sopra alla Legge e ai Profeti.

La sua, è un’affermazione forte, che indubbiamente contribuì non poco a suscitare intorno a lui l’ostilità degli apparati religiosi ebraici.

D’altra parte quel «Ma io vi dico» non ha il significato di “abolire” l’Antico Testamento ma di “dargli pieno compimento”.

Servono tuttavia due precisazioni:

  • Ciò che Gesù prende della Legge e dei Profeti non sono tutti i precetti e le indicazioni transeunti, contingenti, legate a un determinato contesto storico, ma i loro capisaldi.

Questo significa che dietro all’espressione «finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto» non sta l’intenzione di Gesù di dire che dobbiamo rispettare ogni regola dell’Antico Testamento. Per esempio: «Non ti vestirai con un tessuto misto, fatto di lana e di lino insieme» (Dt 22,11).

Questo la Chiesa lo ha chiarito già nei primi anni della sua esistenza quando, con il cosiddetto concilio di Gerusalemme (cfr. At 15), ha stabilito che chi si faceva battezzare nel nome di Gesù non era tenuto all’osservanza della legislazione religiosa ebraica.

  • L’intenzione di Gesù, quella cioè di non abolire, ma di dare compimento ai capisaldi della Legge e dei Profeti, non va intesa nel senso di una correzione, di un perfezionamento, di un aggiustamento, ma in quello di un approfondimento, di un’interpretazione, di una ricerca del significato profondo. Gesù sostanzialmente non vuole che i pilastri che fondano la convivenza tra umani – le leggi che fanno di un ammasso di persone un popolo – siano intese in senso legalistico: rispettata la formula, mi considero “a posto”.

Pensare “Non ho mai ucciso nessuno/a, quindi sono ‘a posto’” significa non aver indagato il significato profondo del comandamento Non ucciderai, perché anche adirarsi con il proprio fratello, dargli dello “Stupido” o del “Pazzo”, ecc… sono atteggiamenti omicidi, nel senso che agiscono morte, mortificazione, annichilimento.

La rivisitazione di ciò che fu detto agli antichi ha lo scopo di farci indagare le radici del nostro agire, perché la nostra conversione non sia solo superficiale, di facciata, una bella verniciata fresca su un’interiorità marcescente.

Nel brano di oggi sono tre gli ambiti presi in considerazione.

Il primo è quello cui abbiamo fatto cenno, ascrivibile alla rilettura del comandamento Non ucciderai. Credo sia quello più utile per capire il percorso che Gesù vuole farci compiere e quello su cui è meno necessario fare degli approfondimenti, data la sua evidenza.

Il secondo e il terzo, invece, risultano oggi meno efficaci e immediati.

Il terzo perché rimanda a una “sacralità dei giuramenti” (quasi a un loro valore magico) che non è più percepita come tale.

Il secondo perché chiama in causa un tema che ha fatto e fa soffrire molte persone.

È utile, dunque, nella linea di Gesù, provare a ricostruire il senso profondo del comandamento Non commetterai adulterio.

Innanzitutto va ricordato che esso nasce come comandamento sociale: le società antiche si fondavano su una struttura patriarcale in cui il matrimonio era un’istituzione funzionale all’organizzazione della vita sociale. Esso non aveva niente a che fare con l’amore sentimentale, ma si costruiva su accordi tra clan che permettessero la discendenza e i legami di sangue come alveo per dare collocazione alle persone.

L’evoluzione della società – almeno in Occidente – ha costruito una convivenza diversa dove, per fortuna, parole come “figli/e illegittimi/e” non hanno più senso, dove il concetto di “matrimonio combinato” fa accapponare la pelle, dove le persone costruiscono comunità di vita sulla base di fondamenti diversi da quelli del sangue.

Non commetterai adulterio, allora, con la reinterpretazione di Gesù di “non guardare una donna per desiderarla” rimandano al significato profondo delle nostre relazione affettive: il senso è quello di non relazionarci alle altre persone come cose, proprietà, oggetti, ma – appunto – come persone. Con cui le relazioni – diciamo oggi – possono anche finire, ma mai può finire il rispetto e la benevolenza, che sono il cuore del nuovo impianto relazionale che Gesù vuole suggerire.

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