Il vangelo di questa domenica è tratto dal capitolo 11 del vangelo di Matteo.
Il “discorso apostolico” è terminato e – prima che si apra il “discorso parabolico” (al capitolo 13) – il testo propone una sezione narrativa che presenta gesti, parole e incontri di Gesù.
In particolare, il brano odierno ci presenta una sua preghiera («Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra…») che poi – senza soluzione di continuità – si trasforma in una parola rivolta alle persone che lo ascoltano («Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi…»).
Prima di analizzarne il contenuto, vorrei soffermarmi proprio su questo fluire delle parole oranti (parole “verticali”) in parole per l’umanità (parole “orizzontali”), perché mi pare che rivelino qualcosa di profondamente significativo per noi che di fronte al tema della preghiera ci sentiamo sempre un po’ dei principianti e delle principianti, nonostante siano molti anni che proviamo a vivere la vita cristiana.
“Come si fa a pregare?”, “Cosa vuol dire pregare?”, “Starò pregando veramente?”… sono domande che spesso ci salgono alla mente e che ci lasciano sempre un po’ straniti/e.
Ebbene, guardare a come pregava Gesù mi sembra un’ottima scuola: pertanto, vedere questa continuità tra le parole che rivolge al Padre e le parole che rivolge alle persone è particolarmente istruttivo.
Noi spesso tendiamo a separare il nostro rapporto con Dio e il nostro rapporto con gli altri e le altre. Quasi che ci fossero “due cassetti” da cui attingere l’amore: l’amore per Dio / l’amore per il prossimo, tanto che a volte li mettiamo in concorrenza.
La preghiera di Gesù che fluisce in una parola rivolta all’umano smonta in radice questa distorsione: la relazione col Signore è la sorgente della nostra relazione con le altre persone e viceversa; cioè non c’è relazione con le altre persone che non sia un nutrimento per la nostra relazione col Signore.
Ma entriamo, dunque, nel merito di queste parole che Gesù rivolge al Padre e alle persone.
«Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».
Queste cose – le cose rivelate ai piccoli e nascoste ai sapienti – si riferiscono al Regno di Dio.
Gesù ribadisce – come già in altri passaggi neotestamentari – che chi ha una precomprensione religiosa rigidamente strutturata (i dotti e i sapienti sono i farisei e gli scribi) non riesce ad accedere in maniera immediata (cioè, non mediata) e genuina al suo annuncio.
Chi, invece, mantiene la sensibilità allo stupore, l’apertura alla novità, la disponibilità a farsi raggiungere da un messaggio che mette in discussione le proprie certezze, ha un accesso diretto alla proposta evangelica di Gesù e alla sua persona, che sono definite in maniera commovente nelle righe successive: « Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Gesù si definisce “mite” e “umile di cuore” e ci invita a imparare da lui, a provare a essere come lui – miti e umili di cuore – e a prendere il suo “giogo” perché è dolce il suo peso leggero, non come quello della legge (cfr. Sof 3,9; Lam 3,27), dell’impalcatura religiosa che opprime e soffoca.
La “preghiera-parola”, la parola orante che fluisce nella parola per gli esseri umani, la parola “verticale” che si fa parola “orizzontale” è, allora, ancora una volta un lieto annuncio: il Signore del cielo e della terra è un Padre, a cui si può accedere con immediatezza e genuinità, che promuove mitezza e umiltà di cuore (come spesso accade in chi si sa amato/a) e che propone relazioni liberanti e dolci tanto con Lui, quanto con le altre persone.