XXIX Domenica del tempo ordinario (commento)

Il vangelo di questa domenica è la diretta continuazione di quello della settimana scorsa e, quindi, della parabola del banchetto nuziale.

La reazione dei farisei a quella narrazione di Gesù è quella di ritirarsi e tenere consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi.

Lo stratagemma ideato è quello di mandare i propri discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro […] è lecito o no pagare il tributo a Cesare?».

Prima di guardare alla risposta di Gesù, è importante capire cosa implichi una tale domanda e in che senso essa risulti subdolamente formulata per metterlo in difficoltà.

Il “tributo a Cesare” era il tributo imposto dall’autorità romana alle province soggette: una tassa che ogni suddito dell’impero, residente nelle province, doveva pagare personalmente a Roma (capitatio).

La moneta richiesta per il pagamento di questa imposta era il denario d’argento, che recava l’effige e il nome dell’imperatore: nel caso di Gesù, si trattava di Tiberio e, infatti, la moneta riportava il suo volto con l’iscrizione “TI CAESAR DIVI AVG F AVGVSTVS (= Tiberio Cesare Augusto, figlio del divino Augusto).

Lo storico ebraico Flavio Giuseppe, nelle sue Antichità Giudaiche (libro XVIII), spiega che l’introduzione di questa tassa nel 6 d.C. – anno in cui il governatore Publio Sulpicio Quirinio aveva fatto il censimento proprio per stabilire la quota della capitatio e della tassa sulle proprietà fondiarie – causò la ribellione di Giuda il Galileo, il quale riteneva che ciò avrebbe significato farsi schiavi di Cesare, mentre il loro signore era Dio.

Inoltre, lo storico romano Tacito, negli Annales (Libro II, 42) riferisce che, attorno al 17 d.C., «le province di Siria e di Giudea, sfinite dai […] pesi [dei Romani], supplicavano per una diminuzione del tributo».

La domanda posta a Gesù, quindi, chiama in causa una lunga storia di soggiogazione e rancore che affonda le sue radici nel dominio politico-militare di Roma, ma anche nell’insofferenza – di matrice religiosa – per una pretesa signoria imperiale che sembra voler surclassare l’unica signoria di Dio.

Di fronte a questa situazione, le posizioni all’interno della società ebraica erano tuttavia differenti: la classe dirigente, l’élite benestante, formata essenzialmente dai Sadducei, aveva ritenuto più opportuno scendere a patti con i Romani, raggiungendo un compromesso secondo il quale ai Giudei era concesso praticare la propria religione e giudicare i casi di inadempienza religiosa (tranne quando veniva comminata una condanna a morte: in quel caso serviva il permesso romano per eseguire la sentenza); mentre rimanevano prerogative romane la riscossione delle tasse (le quali tuttavia venivano raccolte per mano dei pubblicani, Ebrei che si prestavano a lavorare per i Romani), il giudizio nei processi penali e civili e la gestione dell’ordine pubblico tramite l’esercito.

Gli Zeloti, invece, erano quel gruppo di Ebrei che ritenevano si dovesse reagire con la forza all’oppressore. Essi agivano nell’ombra, organizzando attacchi improvvisi di piccoli gruppi di uomini alle guarnigioni romane.

Il resto della popolazione viveva in una sorta di malcontento mescolato a rassegnazione.

La domanda posta a Gesù tocca, dunque, un tema molto scottante: gli si vuole far dire se sta dalla parte di chi è connivente con gli oppressori o se è un sostenitore dei ribelli.

Egli, però, come altre volte nei vangeli, si toglie dall’angolo in cui i suoi detrattori pensano di averlo rinchiuso, formulando la celebre frase: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»; cioè, innanzitutto, smarcando la sua proposta evangelica da un progetto politico e poi, soprattutto, suggerendo che è possibile “dare a Dio quello che è di Dio” anche in presenza di Cesare, di qualunque Cesare la storia proponga o imponga.

Gesù, cioè, stronca definitivamente le aspettative di coloro che lo volevano come un capo-popolo anti-romano, chiarendo una volta per tutte che il suo Regno non coincide con una proposta politica contingente; ma, nello stesso tempo, non collocando quel Regno fuori dalla storia, anzi, invitando a costruirlo qui e ora, anche se c’è Cesare, nonostante ci sia Cesare, proprio perché c’è Cesare.

Infatti, anche sotto il giogo di un potere ingiusto è possibile essere persone giuste.

Anche sotto il giogo di un potere disumano è possibile rimanere umani/e.

Anche sotto il giogo di un potere che mortifica e separa è possibile vivificare e costruire reti di relazioni buone.

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