Ascensione (commento) – Col naso all’insù

L’ascensione è il modo in cui la Chiesa nascente ha narrato (e quindi elaborato) la sua vita “senza Gesù”.

Senza Gesù è messo tra virgolette perché si tratta di un’espressione da specificare: dal venerdì santo, la comunità che si era creata attorno a Gesù ha fatto esperienza della sua assenza in carne e ossa; ma non solo. Dopo la sua risurrezione, ad un certo punto, la Chiesa si è trovata a vivere, cioè a portare avanti la storia (l’esistenza personale dei singoli membri di quel gruppo di credenti e l’esistenza collettiva del gruppo in quanto tale) anche “senza” gli incontri con Gesù risorto.

Le virgolette intorno a quel senza rimangono, perché la testimonianza che il Nuovo Testamento ci consegna non è quella (anche dopo la risurrezione) di un’assenza punto e basta, ma di una nuova modalità di presenza: di una presenza assente o di un’assenza presente.

Sembrano ossimori o giochi di parole, ma credono riescano bene a dire l’idea della situazione in cui si sono trovati gli apostoli, i discepoli e le discepole di Gesù e, dopo di loro, tutti i credenti nella sua Parola (noi compresi) che hanno dovuto fare i conti, da un lato, con una non fruibilità diretta del Maestro, ma, dall’altro, con nuove vie di accesso alla relazione con lui (la sua parola, la memoria dei suoi gesti…).

Questa è la condizione del cristiano: vivere una relazione col Signore asceso.

Non si tratta di una novità per noi: è la fotografia della situazione in cui ci siamo ritrovati da quando siamo venuti al mondo.

Qualcuno può trovarla scomoda, perché, alla fine, a tutti viene il dubbio che questa relazione con un Gesù “non immediatamente fruibile” (che non puoi vedere, toccare, sentire) non sia altro che un’illusione, un relazionarsi meramente tra sé e sé credendo di relazionarsi a Dio.

È la stessa “scomodità” che è narrata nel Nuovo Testamento, perché – anche se a noi a volte viene da pensare che gli apostoli e i discepoli e le discepole siano state più fortunate perché hanno fatto un’esperienza diretta di lui – l’ascensione segna anche per loro una svolta irreversibile.

E come noi ci dobbiamo fidare della testimonianza di qualcun altro, così loro si sono dovuti fidare dei loro ricordi e del loro “se stessi” di un tempo (che non è sempre più facile che affidarsi alla parola altrui).

L’ascensione costringe dunque un po’ tutti i credenti a fare i conti con un senza, con la fiducia (o meno) nell’eco di una presenza, con la promessa di una nuova forma di presenza.

L’immagine degli Atti degli apostoli, che presenta gli Undici con il naso all’insù (Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?), mi sembra renda plasticamente questa condizione: quasi che si “annusasse l’aria” per seguire la traccia di qualcuno che si è perduto o allontanato.

Ma non si può rimanere bloccati troppo a lungo con il naso all’insù: ad un certo punto bisogna decidersi. O quella traccia la si “annusa” e allora la si segue (pur senza esserne certi), oppure, si lascia perdere.

Fuor di metafora, anche a noi, come agli Undici, resta da tornare alla storia decidendo come viverla: se fidandoci della sua promessa di relazione oppure no.

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