XXII Domenica del tempo ordinario (commento)

Il vangelo di questa domenica ci presenta la scena in cui Gesù, per la prima volta, annuncia ai suoi discepoli che avrebbe sofferto molto a causa degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi e che addirittura sarebbe stato messo a morte.

La reazione è di totale sconcerto: non se lo aspettavano.

In particolare, Pietro prende Gesù in disparte per dirgli che quanto ha detto non accadrà mai, non succederà affatto.

È lo stesso termine che l’evangelista Giovanni utilizza per descrivere la reazione di Pietro alla proposta di Gesù di lavargli i piedi, durante l’ultima cena: «Non mi laverai affatto i piedi, mai».

In entrambe le situazioni Pietro dovrà “tornare indietro”: accetterà di farsi lavare i piedi da Gesù e vedrà il suo maestro morire sulla croce.

Tra l’altro, per le sue prese di posizione, si prenderà pure due rispostacce belle secche: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!»; «Se io non ti lavo, non avrai parte con me».

Eppure, l’atteggiamento di Pietro non deve suscitare disapprovazione: non dobbiamo troppo facilmente guardare le cose dal punto di vista di Gesù e fare come quei leccapiedi che appena qualcuno con un po’ di autorità (un insegnante, un genitore, un leader, ecc…) sgrida qualcun altro, si mettono dalla parte del più forte e puntano il dito contro colui che è stato biasimato.

Facendo così, rischieremmo di non comprendere davvero né la posizione di Pietro, né quella di Gesù.

Perché, in fin dei conti, Pietro reagisce così per il “troppo bene” che vuole a Gesù, perché non vuole sentir parlare di vederlo soffrire, né di vederlo inginocchiato che gli lava i piedi. Se pensiamo alle persone a cui anche noi vogliamo “troppo bene”, la reazione di Pietro non può sembrarci sbagliata: anche noi non vorremmo mai vederle soffrire o inginocchiate a lavarci i piedi.

Se sfuggiamo troppo presto dai panni di Pietro e ci mettiamo a fare i ruffiani di Gesù (coalizzati per dar contro a chi lui sta biasimando, col solo intento di far bella figura ai suoi occhi), vuol dire che forse a Gesù non vogliamo “troppo bene”, non lo sentiamo “nostro”, come le persone in carne ed ossa a cui vogliamo “troppo bene”.

Gesù sarebbe solo una specie di punto di riferimento morale, qualcuno da ingraziarsi, cui accondiscendere, non una persona con cui viviamo una relazione, a cui vogliamo bene.

Pietro sarà anche un po’ grossolano nelle sue reazioni, ma vuole davvero “troppo bene” a Gesù e questo suo volergli “troppo bene”, rende il nostro biasimo su di lui davvero penoso: come ci permettiamo di provare disprezzo o di dare un giudizio negativo su qualcuno che ha voluto “troppo bene” a Gesù, probabilmente molto più di quello che gliene vogliamo noi?

Piuttosto, vivere una relazione vera con Gesù, vuol dire chiedergli conto delle sue risposte: perché Gesù, che pure sa che Pietro gli vuole “troppo bene” e al quale lui stesso vuole “troppo bene”, gli dà queste secche rispostacce?

Mi piacerebbe conoscere il vostro parere in proposito e sono tentata di non darvi il mio, per non influenzarvi.

Facciamo così: vi racconto solo un aneddoto, che insieme dice e non dice il mio punto di vista.

C’era una volta una ragazza che faceva il medico senza frontiere e che spesso si trovava in situazioni rischiose. Era anche stata in prima linea durante l’emergenza covid-19. I suoi amici le volevano “troppo bene” e non avrebbero voluto vederla in quegli scenari pericolosi. Ma quando lei sentiva le loro resistenze, si arrabbiava (come Gesù), perché per lei curare i più disgraziati della terra era quello che doveva fare e avrebbe voluto il sostegno dei suoi amici e non che il loro “troppo bene” diventasse un ulteriore peso sul cuore.

Mi sono spiegata?

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