IV Domenica di Pasqua (commento)

Il vangelo di questa domenica è tratto dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni.

Quindi – pur essendo noi nel tempo di Pasqua – il testo di questa settimana è tratto da una sezione della vita pubblica di Gesù, precedente la sua passione, morte e risurrezione.

L’invito della liturgia è, perciò, quello di riflettere sulla risurrezione di Gesù a partire da ciò che Egli diceva (e faceva) nella sua vita in carne e ossa.

Ciononostante non va dimenticato che i vangeli sono stati scritti dopo la risurrezione di Gesù.

Pertanto, anche nel leggere testi che si riferiscono alla vita di Gesù prima della sua passione, morte e risurrezione, dobbiamo tenere presente che essi contengono già quella visione a posteriori che le prime comunità cristiane maturano nei decenni successivi alla Pasqua.

Infine, altro elemento interessante del brano che leggiamo questa domenica è il fatto che esso sia la diretta continuazione di un passo che abbiamo ascoltato durante la quaresima: l’episodio del cieco nato.

L’«in quel tempo» con cui inizia il testo della quarta domenica di Pasqua è, infatti, proprio il tempo della guarigione del cieco nato e di tutto quanto era accaduto dopo (i vari interrogatori a cui era stato sottoposto l’ex cieco, i suoi genitori, la scomunica del guarito, l’incontro con Gesù).

In particolare, quel brano si concludeva con le seguenti parole: «“È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi”. Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: “Siamo ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”».

Questo dialogo è contenuto negli ultimi versetti del capitolo 9 (Gv 9,39-41), mentre le parole con cui inizia il brano di vangelo di questa settimana sono – senza soluzione di continuità – quelle che inaugurano il capitolo 10: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante».

In una lettura continua del vangelo – dunque – il testo che ascoltiamo oggi è la continuazione del brano del cieco nato: come se Gesù proseguisse quel discorso.

I contrasti tra cecità/visione, tenebre/luce e la correlazione tra presunzione di vedere e peccato confluiscono nella prosecuzione del discorso di Gesù che, ora, ha nuovi temi che fanno da centri gravitazionali del suo pensiero: le pecore, la porta, il pastore, i ladri e i briganti, il pascolo, la vita, il mercenario, il lupo, le altre pecore…

Anche questo discorso incontra tuttavia incomprensione, tanto che alla fine riemerge il dibattito sull’identità di Gesù: «Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. Molti di loro dicevano: “È indemoniato ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?”. Altri dicevano: “Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?”» (Gv 10,19-21).

Questa lunga premessa serve a mettere in luce il contesto letterario del brano di oggi, in modo da favorirne la comprensione.

La necessità del passaggio attraverso la porta del recinto (nella metafora gregge-pecore-pastore) – «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore» – e l’identificazione di Gesù con la porta – «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. […]: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» – rispondono, da un lato, alle domande rimaste aperte nell’episodio del cieco nato e, dall’altro, aprono alla dimensione post-pasquale.

Sul primo versante, infatti, possiamo dire che “chi crede di vedere” senza essere passato dalla “porta-Gesù” in realtà non vede.

Parallelamente, in prospettiva post-pasquale, chiunque voglia “vedere” deve passare attraverso Gesù.

Per dirla con le parole del Concilio Vaticano II: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura» [Dei Verbum 2]; «Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio “alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini”, “parla le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna» [DV4].

Non per niente, il brano odierno termina con «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

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