II domenica di quaresima

Nella seconda domenica di Quaresima si legge il vangelo della trasfigurazione. Quest’anno nella versione dell’evangelista Luca.

È sempre difficile commentare testi così noti perché il rischio di ripetere sempre le stesse cose o, al contrario, di diventare pacchiani nel cercare qualcosa di nuovo da dire, è molto alto.

La vicenda la conosciamo tutti: il monte, Pietro, Giacomo e Giovanni, le vesti bianchissime, Mosè, Elia, le tre tende (o tre capanne), l’annuncio dal cielo: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

Non voglio stare troppo a dilungarmi.

Onestamente?

* Io non so cosa sia successo su quel monte e non so nemmeno se il racconto che ce ne fanno gli evangelisti sia realistico o teologico (anche se propendo per il teologico).

* Sono piuttosto disturbata dai commenti che sottolineano la magnificenza di dio, lo splendore, la gloria… perché il Dio che ho conosciuto attraverso Gesù non è così (basti vedere quanto dicevamo settimana scorsa a proposito delle tentazioni: «Dio non si identifica col potere e la gloria»).

* Propendo per una lettura che vada al sodo e lasci da parte le coreografie letterarie o immaginifiche.

Parole come «il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante», a mio giudizio, non vanno prese alla lettera. Bisogna fare la fatica di capire cosa intendesse dire l’evangelista con quell’espressione.

«Il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» infatti non può essere interpretato come un viso che cambia i connotati e un vestito che si autocandeggia. È chiaro che qui si sta parlando di uno stato d’animo di Gesù che varca l’interiorità e si manifesta anche a chi lo

guarda. Un po’ come quando noi diciamo “Te lo si legge in faccia”… In questo caso si leggeva in faccia a Gesù l’esperienza di luminosità e dilatazione interiore a cui lo portava il suo rapporto col Padre.

«Due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo». Mosè ed Elia sono chiaramente un riferimento alla Legge e ai profeti. L’esperienza di cui si sta parlando pertanto dev’essere stato un travaglio interiore di Gesù (sul suo esodo, questo lo dice solo Luca). Un travaglio in cui Gesù, nella sua relazione col Padre, cerca di collocare alla luce della Legge e dei profeti la sua passione e morte (che non a caso ha annunciato pochi versetti prima).

«Venne una nube e li coprì con la sua ombra. […] E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”». Anche qui non si sta parlando realisticamente di una nuvola, ma di quegli elementi tradizionali in cui si poteva riconoscere un’epifania, una manifestazione di Dio. Il punto non è la nuvola, ma il fatto che l’esito dell’esperienza che sta vivendo Gesù è una conferma della sua missione. Le parole richiamano infatti quelle del battesimo, quando la missione era iniziata.

La trasfigurazione, allora, più che un momento estemporaneo della vita di Gesù (un momento da Dio in una vita da uomo) è il racconto figurato di un suo travaglio interiore, affrontato in dialogo col Padre, cercando di collocare la propria esperienza alla luce della Legge e dei profeti. Un travaglio interiore da cui Gesù esce confermato, in qualche modo illuminato, tanto che gli si legge in faccia.

Ma cos’è che ha portato Gesù a questo travaglio interiore, al bisogno di confrontarsi, di confermarsi?

Beh, per capirlo sarebbe utile rileggere i capitoli che la liturgia ci ha fatto saltare. Nel tempo ordinario eravamo arrivati verso la fine del capitolo 6. La trasfigurazione è al cap. 9. In mezzo sono successe molte cose, Gesù ha fatto una serie di scelte che lo hanno portato a inimicarsi i difensori della tradizione religiosa di allora. Perfino il Battista dubita di lui… In più Gesù inizia a capire che farà una brutta fine… È tutto questo ad alimentare il travaglio che lo porta su quel monte.

Da cui ripartirà. Confermato. Diretto a Gerusalemme: «prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51)

Letture:

Dal libro della Genesi (Gn 15,5-12.17-18)

In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io dò questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (Fil 3,17-4,1)

Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Dal vangelo secondo Luca (Lc 9,28-36)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

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