III Domenica del tempo ordinario (commento) – Oltre le attese

Settimana scorsa abbiamo letto il brano delle nozze di Cana, tratto dall’evangelista Giovanni.

Ci è stato così presentato l’inizio dell’attività pubblica di Gesù in Galilea, attraverso gli occhi del quarto vangelo.

Oggi ci è proposta la medesima presentazione, attraverso lo sguardo di Luca.

I primi versetti del brano odierno, sono tratti proprio dall’inizio dell’intero vangelo: si tratta infatti del prologo, in cui il terzo evangelista dichiara i suoi intenti: «anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato».

Il testo poi salta i capitoli iniziali (quelli che narrano la nascita di Gesù e la sua infanzia, il battesimo al Giordano e le tentazioni nel deserto) e ci presenta Gesù che torna in Galilea e inizia la sua missione (far conoscere Dio alle persone): «Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode».

Questa attività lo conduce «a Nàzaret, dove era cresciuto» e, lì, «secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere».

Il rotolo è quello del profeta Isaia, anche se la versione che riporta Luca è leggermente diversa da quella originale.

Le parole di Isaia, infatti, sono le seguenti: «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti» (Is 61,1-2).

La versione di Luca, che sostanzialmente ricalca il testo di Isaia (tranne scambiare la posizione di schiavi/oppressi e prigionieri e fare riferimento ai ciechi anziché ai cuori spezzati), taglia però il finale, omettendo il riferimento alla vendetta di Dio.

L’evangelista, in questo modo, vuole farci capire che Gesù si riconosce nel volto di Dio tratteggiato da Isaia, ma non interamente.

Egli infatti si attribuirà quelle parole profetiche («Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato»), ma non del tutto.

L’autopresentazione che Gesù fa di sé a Nazareth è l’annuncio di un compimento; un compimento che però non sarà solo un assolvimento delle attese, ma andrà oltre le attese.

In questo “oltre le attese”, si giocherà tutta la vita di Gesù, perché alcuni in quell’“oltre le attese” vedranno un’inimmaginabile e sorprendente rivelazione di Dio, altri, invece, vedranno un tradimento delle attese.

È quell’“oltre”, dunque, quel diverso volto di Dio che emerge dalle parole di Isaia se si omette il riferimento alla vendetta, il nucleo incandescente della questione.

Il problema è che spesso proprio quel nucleo è stato neutralizzato, spento, disattivato, tanto che a volte viene da chiedersi cosa ci sia di diverso (di “oltre”) nelle persone che si dicono discepole di Gesù.

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