IV domenica di quaresima

Quando Gesù racconta la parabola del padre coi due figli (uno minore, scapestrato, su cui lui riversa un amore esagerato e immeritato, e quello maggiore, inappuntabile, ma col cuore duro e sprezzante) ha davanti un pubblico variegato: ci sono i pubblicani e i peccatori (che assomigliano al figlio minore e a cui avrà fatto piacere sapere che Dio ama al di là del merito) e gli scribi e i farisei (che invece assomigliano al figlio maggiore, che non sopportano il volto di Dio che Gesù mostra: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»).

Ho sempre pensato che i due figli rappresentassero persone o gruppi di persone diverse. Trasponendo il racconto a oggi, per esempio, si potrebbe dire che il figlio minore è associabile ai delinquenti e il figlio maggiore ai cattolici impegnati.

Poi però mi sono accorta che in realtà ogni persona nella sua vita sperimenta sia la situazione del figlio minore, sia quella del figlio maggiore: tutti, almeno una volta, abbiamo pensato di non essere più degni dell’amore di Dio (e forse nemmeno di considerarci parte del genere umano); tutti viceversa (e questo forse anche molto più spesso che una volta) abbiamo considerato un’ingiustizia, quasi un affronto personale, il bene capitato a qualcuno che meritava disprezzo.

Oggi ho scoperto che addirittura noi riusciamo a essere il figlio minore e il figlio maggiore contemporaneamente.

Vi faccio un esempio: io vado in carcere a fare catechismo e trovo detenuti che spesso vengono percepiti e si percepiscono come il figlio minore della parabola, cioè persone che hanno commesso reati, fatto soffrire, buttato via la vita (o per lo meno una parte di essa)… e che però ricevono l’annuncio di essere amati da Dio in quel modo straripante e affettuoso che narra la parabola.

Eppure, gli stessi detenuti misurano i rapporti tra di loro col metro del merito. Hanno tutto un loro codice interno che rende qualcuno più rispettabile di altri e, ovviamente, qualcuno più disprezzabile di altri.

Sono ovviamente meravigliati e grati dell’amore sovrabbondante che Dio ha per loro, ma questo non è ancora riuscito a modificare il loro atteggiamento verso gli altri: con gli altri si comportano esattamente come il fratello maggiore della parabola, hanno lo stesso atteggiamento che gran parte della società ha nei loro confronti: biasimo, disprezzo, incomprensione del perché qualcuno si prenda cura di loro, del perché semplicemente non si butti via la chiave o del perché non li si faccia fuori.

Ecco il punto: il figlio maggiore, proprio come i miei detenuti, pensa che il figlio minore sia da far fuori.

In fin dei conti si tratta sempre di questo: non accettare che Dio voglia bene anche ai disprezzabili, cioè lasciare i disprezzabili senza lo scudo dell’amore di Dio, vuol dire darsi il permesso di eliminarli (o fisicamente o, almeno, dalla propria vita).

Ma questi pensieri non sono solo i pensieri dei detenuti…

Li ho presi ad esempio perché forse, in prima battuta, ci sembrano persone lontane e così, non scattando subito l’identificazione, non ci mettessimo immediatamente sulla difensiva…

Perché in realtà la situazione dei detenuti è la nostra. Noi, come loro, siamo contemporaneamente il figlio minore e il figlio maggiore: meravigliati e grati che Dio possa volerci bene e insofferenti al fatto che ami anche quel miserabile che ha fatto (o mi ha fatto) così tanto male.

Forse al di là di continuare a ripetere e a ripeterci che Dio vuole bene a tutti, che ci ama, eccetera eccetera, dovremmo prendere un po’ più sul serio l’annuncio di Gesù: il padre della parabola riversa sul suo figlio minore affetto e cura immeritati. Il figlio minore era tornato non perché pentito, ma perché affamato. E il padre, inondandolo di amore, vuole muovergli il cuore. Sapendosi amato, non per contraccambio (non perché in cambio aveva messo sulla bilancia il suo pentimento) ma perché l’altro ha deciso di amarlo e basta, forse il suo cuore si intenerirà e anche il suo modo di guardare agli altri cambierà.

Noi, come il figlio minore, siamo costantemente inondati dall’affetto del Padre e abbiamo la possibilità di credere davvero a questo bene, di lasciare che penetri nelle nostre giunture e ci cambi il cuore, in modo da trasformarci da figli minori/maggiori nel padre. Questo è l’invito della parabola: diventare come il padre.

Letture

Dal libro di Giosuè (Gs 5,9-12)

In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico. Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2Cor 5,17-21)

Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”»

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