Amministrare – Commento al vangelo della XXV Domenica del tempo ordinario

Il brano di vangelo di oggi è composto da una parabola e da tre detti di Gesù riguardanti la ricchezza.

Cominciamo dalla parabola.

Essa è direttamente collegata a quella che la precede (la parabola del figliol prodigo) attraverso il termine “sperperare”. Come il figlio minore della parabola di Lc 15, anche questo amministratore è accusato di “sperperare” la ricchezza del padrone.

Questa accusa lo porta al licenziamento.

L’amministratore si trova perciò in una situazione di improvvisa difficoltà, che lo porta a chiedersi: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno».

Ecco, allora, che escogita un piano, che farà sì che venga definito “phronimos”, cioè “astuto”, capace di mantenere la lucidità in un momento difficile, pronto a trovare una soluzione e coraggioso nel perseguirla: «So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”»… e così via, con i vari debitori del suo padrone.

Questo suo comportamento, paradossalmente, lo porta a ricevere l’elogio del suo datore di lavoro: «Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza».

L’invito pare, dunque, essere quello di diventare anche noi phronimoi / phronimes.

Infatti, «il vero centro della parabola è racchiuso nella constatazione che “i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce […] Il parabolista vuole che ci si lasci impressionare dalla prontezza e dalla furbizia con cui il fattore cerca – senza un attimo di esitazione – di mettere al sicuro il proprio avvenire […] Ebbene il cristiano non dovrebbe essere altrettanto pronto, scaltro e risoluto nell’assicurarsi nel tempo presente il regno di Dio?» [B. Maggioni, Le parabole evangeliche, 228-229].

Tra l’altro, il modo in cui l’amministratore si assicura un futuro non è quello dell’accumulo (non ruba i soldi al suo padrone per metterli da parte), ma è quello del creare relazioni di amicizia (dimezza di debiti altrui), che mi pare una buona via anche per costruire il regno di Dio.

Non si tratta di accumulare (meriti, sicurezze), ma di alleggerire i fardelli altrui e intessere con loro rapporti di benevolenza.

Seguono poi i tre detti, originariamente separati e raggruppati qui per il fatto che contengono tutti una parola che li accomuna: “ricchezza”.

Sono, dunque, tre detti slegati sulla ricchezza:

1- «Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne». Il primo detto è quello più direttamente legato alla parabola: la ricchezza (che è sempre disonesta, perché è sempre un privilegio) va usata per creare relazioni, per aiutare chi non ce l’ha, per alleviare la durezza della vita altrui.

2- «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?». Il secondo detto è, invece, quello che ha meno a che fare con la parabola ed è un richiamo alla fedeltà nell’amministrazione. «Forse [scrive Maggioni] si tratta di un avvertimento rivolto in particolare ai membri della comunità, che avevano l’incarico di amministrare i beni comuni» (ivi, 230).

3- «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». La ricchezza (che, lo ripeto, è sempre disonesta) va sub-ordinata alla costruzione del regno di Dio. Se non è subordinata (cioè gerarchicamente inferiore a Dio e al suo regno), se, cioè, ha il primo posto, fa fallire la vita, perché ci illude di essere capaci di metterci al sicuro da tutto… Ma nessuno (nemmeno il più ricco del mondo) può salvarsi la vita da solo. La via del vangelo è quella di accettare che la nostra vita venga salvata da quella rete di relazioni che è il regno.

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