XXVI Domenica del tempo ordinario – La parabola dei due figli (commento)

Il vangelo di questa domenica mostra uno dei “tranelli” che Gesù usava per far arrivare messaggi, anche molto duri, all’establishment religioso dell’epoca.

Il dialogo infatti avviene con i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, ai quali Gesù pone una sorta di indovinello: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?».

La questione posta è dunque la seguente: chi dei due figli fa la volontà del padre (che era che essi andassero a lavorare nella vigna)?

È a questo punto che scatta il tranello: essi, infatti, «risposero: “Il primo”».

Ma “il primo” – fuor di metafora – secondo Gesù corrisponde ai pubblicani e alle prostitute, mentre loro – capi dei sacerdoti e anziani del popolo – sono rappresentati dal “secondo figlio”: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Il parallelo che Gesù pone è: primo figlio – pubblicani e prostitute; secondo figlio – capi dei sacerdoti e anziani del popolo.

Ma proprio questi ultimi avevano appena risposto che era il primo figlio a fare la volontà del padre, la volontà di Dio.

Il discrimine tra capi dei sacerdoti/anziani del popolo, da una parte, e pubblicani/prostitute, dall’altra, è aver creduto a Giovanni, che era venuto «sulla via della giustizia».

Quello che nel tranello di Gesù era rappresentato dall’espressione «lavorare nella vigna» corrisponde dunque alla «via della giustizia» del Battista e al «regno di Dio», nel quale pubblicani e prostitute passano avanti ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo.

Nel linguaggio biblico infatti “lavorare nella vigna”, “regno di Dio” e “via della giustizia” sono tutte espressioni che si riferiscono alla stessa realtà: vivere nel mondo con una logica diversa da quella istintuale (egoistica), come esplicita anche san Paolo, nella seconda lettura: «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri».

Pubblicani e prostitute dunque – secondo Gesù – sono stati (e sono) capaci, più dell’establishment religioso, di aprirsi alla novità preparata da Giovanni e realizzata da Gesù.

Sappiamo tutti che nel corso della lunga storia della Chiesa, la novità di Gesù (la nuova mentalità che ha introdotto) è stata spesso “normalizzata”, disinnescata e ricondotta all’interno del recinto istituzionale. Come cantava De Andrè: «Il potere che cercava il nostro umore, mentre uccideva nel nome d’un dio, nel nome d’un dio uccideva un uomo [Gesù]: nel nome di quel dio si assolse. Poi chiamò dio quell’uomo e nel suo nome altri uomini uccise» [Laudate Hominem].

All’esito di questa storia, noi, che siamo venuti 2000 anni dopo, non ci troviamo in una situazione così differente da quella della Palestina di Gesù. E il “tranello” che Egli ha posto ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo oggi è rivolto a noi, cristiani del III millennio.

L’unico modo di uscirne è rimettersi, fianco a fianco con i pubblicani e le prostitute di oggi, a farci stupire e sconvolgere dal messaggio di Gesù, per convertire la nostra mentalità e dedicarci alla costruzione del regno.

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