Ascensione (commento)

Sono passati 40 giorni da Pasqua e – seguendo la scansione temporale che l’evangelista Luca dà negli Atti degli apostoli – la Chiesa celebra la festa dell’ascensione, cioè il momento in cui Gesù risorto…

In cui Gesù risorto?

Cosa capita all’ascensione?

La formula tradizionale recita: l’ascensione è il momento in cui Gesù risorto “sale al cielo” o “torna presso Dio”.

In effetti il racconto che ci fa Luca negli Atti parla di una salita (“ascendere” vuol dire proprio “salire”): «Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi».

Tutti i quadri sull’ascensione hanno infatti questi elementi: gli apostoli a terra che guardano in alto, Gesù “staccato da terra” che va verso il cielo e una nuvola che lo copre.

È evidente che il racconto è immaginifico, cioè utilizza delle immagini per veicolare un messaggio: non bisogna pensare ad un Gesù che “parte come un missile” verso il cielo, nascondendosi tra le nuvole.

E il messaggio da veicolare, tramite queste immagini, è questo: Gesù risorto – che si è mostrato vivo alle sue amiche, agli apostoli, ai discepoli – ad un certo punto non è più incontrabile.

Le apparizioni del risorto finiscono: non lo si può più vedere.

Perché?

Perché è tornato presso Dio.

E siccome solitamente ci si immagina che Dio sia in cielo, ecco che si costruisce un racconto immaginifico (cioè fatto di immagini), in cui Gesù “sale al cielo”, “sale al Padre”.

In realtà noi sappiamo che Dio (proprio come il cielo) non è solo lassù: il cielo è tutto intorno a noi, è l’aria che respiriamo, proprio come Dio.

Perciò, per chiarire ancora meglio, potremmo dire che l’ascensione è il momento in cui Gesù diventa (o torna ad essere) “invisibile” come Dio. Anzi, non solo “invisibile” (cioè che non si può vedere), ma anche “inudibile” (non si può sentire la sua voce), “intoccabile” (non si può più toccare), insomma non più fruibile nella forma precedente.

Questa nuova situazione suscita negli apostoli alcuni dei sentimenti che avevano già provato quando Gesù era morto: solitudine, paura, senso di abbandono, disorientamento sul da farsi…

In effetti, l’ascensione di Gesù ha qualche somiglianza con la morte di una persona cara: non la vedi più, non puoi più sentire la sua voce, toccarla, fare le cose insieme…

Gesù – come i nostri morti – in qualche modo sparisce dall’orizzonte della nostra sensibilità.

L’ascensione – dal punto di vista nostro, di noi umani, di noi discepoli – è un po’ una seconda morte, una seconda separazione.

È per questo che Gesù si premura – prima di “sparire” – di rassicurarci: «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», dice Matteo nel vangelo di oggi; «Non vi lascerò orfani», diceva Giovanni nel vangelo di settimana scora. Ma soprattutto Gesù – prima di ascendere – ricorda di aspettare l’adempimento di una promessa: «Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, “quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo”».

Promessa che – sempre secondo gli Atti degli apostoli – si realizzerà a Pentecoste (festa che celebreremo settimana prossima).

Ciò su cui invece la Chiesa ci invita a soffermarci questa settimana è la seconda (e, finché siamo vivi, permanente) separazione da Gesù risorto. Il fatto che non sia più visibile, udibile, toccabile, fruibile è un problema, è fonte di sofferenza e ansia. Gli apostoli stessi si sono sentiti soli, abbandonati, impauriti, disorientati. Tanto più è normale che lo siamo noi. Non dobbiamo perciò sentirci in colpa se ci affiorano questi sentimenti. Anzi, è il segno di una fede seria, che si confronta davvero col dramma dell’esistenza di Gesù.

Chi troppo superficialmente salta il problema e non lo avverte nelle viscere, rifugiandosi in approdi consolatori (tipo “ma tanto io lo so che il Signore mi è vicino”, “ma tanto io lo sento vicino”, ecc…), non è qualcuno che ha una fede più grande, ma è qualcuno che elude la durezza e serietà della relazione col Signore.

Proviamo, allora, almeno per una settimana a metterci nei panni degli abbandonati (dal Signore).

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2 commenti

  1. Grazie Chiara, per la tua chiarezza ( lo so suona un po’ come una ripetizione ) e per i preziosi spunti di riflessione .

    Paola Guglielmotto

  2. Come sempre centri il problema , la difficoltà di superare l’abbandono , la solitudine di chi non riesce ad andare oltre alla vita sensibile, anche se ci tenta con tutto il cuore. Grazie come sempre per la possibilità di riflettere sulle scritture

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