IV Domenica di Pasqua (commento) – Gesù non ha un secondo fine

Il brano di vangelo di Giovanni ci presenta Gesù come il buon pastore, contrapponendolo alla figura del mercenario: la differenza è che – nei momenti decisivi (quando arriva il lupo) – l’uno è disposto a dare la vita per le proprie pecore, mentre l’altro le abbandona e fugge, permettendo al lupo di rapirle e disperderle. Tutto questo perché al buon pastore importa delle pecore, mentre al mercenario no.

L’uno infatti si occupa delle pecore (fa il pastore) per amore, l’altro invece per soldi: è un mercenario.

Fuor di metafora, la distinzione è posta tra una relazione che ha senso in se stessa (non è funzionale ad altro) e una relazione che invece è un mezzo per qualcos’altro. Il pastore si occupa delle pecore perché in quello trova senso la sua vita, il mercenario invece lo fa in vista di uno stipendio, che a sua volta gli servirà per altri scopi, magari anche nobili, come mantenere la sua famiglia. In questo secondo caso è la vita famigliare la relazione che ha senso in se stessa per il mercenario e che non è funzionale ad altro.

Queste precisazioni possono aiutarci a chiarire alcune cose:

  • Innanzitutto l’identità di Gesù.

Gesù non è colui che ci ama in vista di un altro fine. Il suo amore per noi non è funzionale ad altro: a piacere al Padre? a essere ri-amato? a guadagnarsi l’onore del salvatore o lo scranno del giudice? No, Gesù ci ama perché quello è il fine, il senso, il compimento (e il compiacimento) del suo essere. Come una mamma, un papà, che non amano i loro figli con un secondo fine, ma perché quello è il senso della loro esistenza, lo scopo, la realizzazione.

Su questo dobbiamo fare attenzione, perché invece noi spesso crediamo che l’amore di Gesù, l’amore di Dio siano funzionali a qualcosa d’altro: come se ci fosse sempre un secondo fine. Pensiamo che Dio ci ami con lo scopo di cambiarci, di farsi ri-amare, di essere venerato o obbedito. Insomma crediamo che Dio ci ami, ma voglia qualcosa in cambio, una sorta di ricompensa, un contraccambio, uno stipendio per il suo amore… Ma pensando così, facciamo di Dio un mercenario, lo confondiamo con un mercenario, il cui scopo nella vita è un altro e non siamo noi.

Perché ci risulta così difficile credere che l’unico fine dell’esistenza di Dio sia amarci e basta? Che quello sia il senso del suo esistere?

  • In secondo luogo, la contrapposizione tra pastore e mercenario, può aiutarci a chiarire qualcosa su noi stessi: a chi abbiamo dato la nostra vita? per chi/cosa abbiamo dato la vita? cioè qual è stato e qual è il senso, il fine, lo scopo della nostra esistenza? con chi siamo / siamo stati pastori e con chi siamo / siamo stati mercenari?

Alcune persone per esempio vengono accusate dalle famiglie di dedicarsi (dare la vita) al lavoro. Altre vengono accusate di non “esserci davvero” nelle cose che fanno, per esempio di lavorare solo per uno stipendio e di pensare solo alla loro vita (da dare) fuori dal lavoro.

Gli esempi potrebbero sprecarsi e ognuno avrà la sua esperienza personale… ma – in fin dei conti – ciascuno sa dov’è il suo tesoro / il suo cuore, chi sono le sue pecore, così come ciascuno sa chi è il suo lupo.

Il problema è quando non hai o non hai avuto nessuna pecora… cioè nessuno/a che ami così tanto da essere disposto a dargli/darle la vita, a dare la vita per lui / per lei.

E problema ancora più grave è quando pensi che non sia possibile un amore così, che non sia possibile per te essere oggetto o soggetto di un amore così… Quando pensi che alla fine non ne vale la pena perché prima o poi tutti abbandonano e fuggono e allora tanto vale abbandonare e fuggire per primi.

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